Il 21 gennaio 2026 un’altra vita è stata spezzata all’interno di un reparto di Psichiatria. A Rieti, Antonino Domenico Martinelli, 72 anni, ricoverato in attesa di trasferimento in una REMS, è stato ucciso da un altro paziente. Un omicidio che riapre una ferita mai chiusa e che richiama drammaticamente quanto accaduto tre anni fa a Pisa, quando la psichiatra Barbara Capovani venne aggredita e uccisa sul posto di lavoro.
Due episodi diversi, ma sovrapponibili nella dinamica e, soprattutto, nelle cause. Reparti di Psichiatria costretti a trattenere persone socialmente pericolose senza strumenti adeguati, senza risorse dedicate, senza reali possibilità di garantire contemporaneamente cura e sicurezza. A denunciarlo sono i presidenti del Coordinamento Nazionale dei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, Emi Bondi e Giancarlo Cerveri, in una lettera aperta indirizzata al Ministro della Salute e al Ministro della Giustizia.
«Un altro morto, un altro fallimento», è il senso della loro accusa. Secondo Bondi e Cerveri, i reparti di psichiatria vivono da anni una condizione di insicurezza strutturale: la paura è quotidiana per operatori e pazienti, ma raramente viene denunciata perché percepita come inutile. Gli episodi di cronaca nera sono relativamente pochi, ma il clima di minaccia costante è diffuso e ignorato.
Nei reparti convivono pazienti fragili e persone autrici di reati gravissimi, spesso in attesa di una collocazione nelle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS). Una commistione che espone tutti a rischi inaccettabili: chi è ricoverato per sofferenza psichica subisce ulteriori vulnerabilità, mentre medici, infermieri e operatori sanitari lavorano stabilmente in una condizione di allarme.
I dati ministeriali confermano il quadro: la psichiatria è il settore ospedaliero con il più alto rischio di aggressioni. Eppure, sottolineano i due presidenti, ogni tragedia viene seguita da polemiche su singole responsabilità o su dettagli marginali, senza mai affrontare il problema alla radice. Manca una volontà politica di intervenire in modo strutturale, nonostante le soluzioni richiedano un impegno collettivo e nazionale.
Al centro della denuncia c’è anche la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Una scelta fondata su una legge giusta nei principi, ma attuata — secondo Bondi e Cerveri — senza una reale valutazione dell’impatto sul sistema sanitario e sulla sicurezza. I servizi di salute mentale si sono ritrovati a gestire persone provenienti da percorsi penali complessi, senza strumenti adeguati, senza formazione specifica e senza strutture idonee.
Il confronto con l’Europa è impietoso. Paesi come Germania e Gran Bretagna hanno superato il modello degli OPG creando strutture dedicate per soggetti autori di reato con gravi disturbi psichiatrici, capaci di garantire cure appropriate, dignità e sicurezza. In Italia, invece, mancano persino dati certi: non si conosce con precisione il numero di persone in attesa di REMS né quello dei soggetti socialmente pericolosi presenti sul territorio.
Alla luce di questi fatti, i presidenti del Coordinamento ribadiscono l’urgenza di riformare la legge 81 del 2014, come già indicato dalla Corte Costituzionale. Non servono interventi tampone né scaricabarile: serve una risposta ampia, organica e responsabile a un problema che riguarda l’intero Paese.
«Come società scientifica siamo disponibili a fornire proposte e strategie d’azione», concludono Bondi e Cerveri. Ma il tempo delle analisi è finito. Ogni rinvio ha già prodotto vittime.


