Energia, la lezione spagnola al teatrino italiano: così mentre Sanchez abbassa le bollette, Meloni cerca scuse e pagliativi alla propria incapacità
C'è un numero che basterebbe da solo a chiudere qualsiasi discussione: 14 contro oltre 100. Non è uno slogan, ma il prezzo dell'elettricità pagato il 14 marzo in Spagna rispetto a quello sostenuto da Italia, Francia e Germania. A ricordarlo, con una certa soddisfazione, è stato il premier spagnolo Pedro Sánchez a Bruxelles. E francamente, come dargli torto.
Perché dietro quei 14 euro per megawattora non c'è un miracolo, ma qualcosa di molto più banale – e per questo ancora più imbarazzante per chi non l'ha fatto: investimenti. Scelte politiche. Strategia. La Spagna oggi produce circa il 60% della sua elettricità da fonti rinnovabili. Risultato? Bollette più basse, imprese più competitive, cittadini meno esposti agli shock del gas.
Tradotto: quando il mondo trema, Madrid barcolla meno.
E infatti Sánchez non si limita a rivendicare i risultati, ma rilancia: un piano da 5 miliardi e 80 misure per attutire quello che definisce un “terremoto economico globale”. Non bonus temporanei, non cerotti dell'ultimo minuto, ma un intervento strutturale. Una parola che, evidentemente, nel vocabolario di altri governi europei è stata smarrita.
Nel frattempo, a Bruxelles, Giorgia Meloni arriva con la consueta ricetta italiana: trovare un colpevole esterno. Questa volta nel mirino finisce l'ETS, il sistema europeo che mette un prezzo alla CO₂ per ridurre le emissioni. Secondo la premier, sarebbe uno dei motivi dell'alto costo dell'energia.
Peccato che mentre si punti il dito contro Bruxelles, altri Paesi – vedi alla voce Spagna – abbiano già dimostrato che il problema non è l'ETS, ma cosa fai (o non fai) a casa tua. Perché se investi nelle rinnovabili, riduci la dipendenza dal gas e quindi anche l'impatto dei suoi prezzi. Non è ideologia: è matematica.
E qui entra in scena il capolavoro della politica energetica italiana: il ritorno al nucleare. Sì, proprio quello. Una tecnologia che, ammesso e non concesso che parta oggi, vedrà la luce tra almeno dieci anni. Nel frattempo? Si continua a pagare bollette da capogiro, aspettando con fiducia il futuro radioso promesso.
È un po' come avere la casa che brucia e decidere di progettare un impianto antincendio che sarà pronto nel 2036, ignorando il fatto che basterebbe aprire il rubinetto oggi.
La differenza, alla fine, è tutta qui. Da una parte un Paese che ha investito per tempo, costruendo un sistema energetico più solido e meno vulnerabile. Dall'altra un governo che rincorre emergenze, scarica responsabilità e propone soluzioni lontane anni – letteralmente – dai problemi immediati.
E mentre in Spagna l'energia costa 14 euro, in Italia si continua a pagare oltre 100. Ma tranquilli: la colpa, a quanto pare, è sempre di qualcun altro. Sempre.