Mentre l'Ucraina continua a contare i morti sotto le bombe russe, Vladimir Putin respinge l'ennesima apertura diplomatica di Volodymyr Zelensky e conferma, senza più alcun tentativo di mascherarlo, che la guerra finirà soltanto quando Mosca avrà ottenuto ciò che vuole. Tradotto: territori, influenza politica e la rinuncia definitiva dell'Ucraina a entrare nella NATO.
La risposta del Cremlino alla lettera aperta con cui Zelensky aveva proposto un incontro diretto tra i due leader è stata tanto secca quanto eloquente. "Non vedo alcun motivo per ora", ha dichiarato Putin dal Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, liquidando l'iniziativa come una manovra propagandistica e accusando il presidente ucraino di voler evitare, piuttosto che favorire, un vero confronto.
Un rifiuto che arriva in un momento particolarmente delicato del conflitto, mentre sul campo continuano gli attacchi reciproci e il numero delle vittime civili cresce giorno dopo giorno.
Nella sua lettera, Zelensky aveva chiesto un cessate il fuoco immediato e un incontro faccia a faccia con Putin, sostenendo che fosse sbagliato attendere passivamente che la guerra tornasse al centro dell'attenzione americana.
Una frase che suona anche come una critica indiretta agli Stati Uniti di Donald Trump, sempre più concentrati sulle proprie priorità interne e meno disposti a investire capitale politico e risorse nella difesa dell'Ucraina.
Il presidente ucraino aveva scelto inoltre toni insolitamente duri e provocatori nei confronti del leader russo, arrivando a insinuare che dopo oltre un quarto di secolo al potere l'età stia iniziando a pesare sulle sue capacità decisionali.
Un linguaggio che Mosca ha definito "irrispettoso" e che Putin ha usato come ulteriore giustificazione per respingere la proposta.
La posizione russa resta immutata.
Secondo il Cremlino, un cessate il fuoco immediato servirebbe soltanto a consentire alle forze ucraine di riorganizzarsi e ricevere nuovi armamenti occidentali. Per questo motivo Mosca continua a sostenere che qualsiasi tregua debba essere preceduta da accordi politici sostanziali.
Putin ha ribadito che gli esperti devono prima definire le condizioni di un'intesa e soltanto successivamente i due leader potranno incontrarsi.
Ma dietro la formula diplomatica si nasconde una realtà ben diversa: le condizioni poste dalla Russia sono sostanzialmente irricevibili per Kiev.
Mosca continua infatti a pretendere che l'Ucraina rinunci ai territori di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia, oltre ad abbandonare definitivamente il progetto di adesione alla NATO.
Richieste che equivarrebbero, agli occhi degli ucraini, a certificare una sconfitta nazionale e a premiare l'aggressione militare.
Le parole più inquietanti pronunciate da Putin sono forse quelle relative alla durata del conflitto.
"Le operazioni militari finiranno quando avremo raggiunto i nostri obiettivi", ha dichiarato.
Nessuna scadenza.
Nessun compromesso.
Nessuna disponibilità a congelare il conflitto.
Soltanto la riaffermazione dell'idea che sarà la forza militare a decidere l'esito della guerra.
Una posizione che conferma come il Cremlino ritenga ancora possibile migliorare la propria situazione sul campo e che, almeno per il momento, non abbia alcun interesse a una vera trattativa.
La proposta di Zelensky aveva suscitato reazioni positive perfino alla Casa Bianca.
Donald Trump aveva definito "ottima" l'ipotesi di un incontro diretto tra i due leader.
Ma alle dichiarazioni non sono seguite iniziative concrete.
Ed è proprio questo il punto.
Gli Stati Uniti sembrano oggi oscillare tra il desiderio di chiudere rapidamente il dossier ucraino e la mancanza di una strategia coerente per raggiungere questo obiettivo.
Il risultato è un vuoto politico che Mosca interpreta come un segnale di debolezza.
In questo scenario emerge anche l'irrilevanza crescente dell'Europa e, con essa, dell'Italia di Giorgia Meloni.
Da quasi quattro anni il governo italiano alterna dichiarazioni di solidarietà a Kiev a una sostanziale assenza di iniziative diplomatiche autonome.
Roma segue la linea dettata da Washington, salvo poi inseguire gli eventi quando gli equilibri internazionali cambiano.
L'esecutivo Meloni ama presentarsi come protagonista della politica estera occidentale, ma la realtà è ben diversa. Quando si tratta di incidere davvero sulle grandi crisi internazionali, l'Italia continua a essere spettatrice.
La stessa Unione Europea appare paralizzata. Mentre Zelensky tenta almeno di forzare un'apertura politica e Putin detta le proprie condizioni, Bruxelles continua a discutere procedure, rappresentanti speciali e tavoli negoziali che arrivano puntualmente in ritardo rispetto agli eventi.
Ancora una volta l'Europa sembra rincorrere la storia invece di provare a scriverla.
Nel frattempo il conflitto prosegue con intensità crescente.
L'Ucraina ha annunciato di aver colpito cinque navi impegnate, secondo Kiev, nel trasporto illegale di grano ucraino e di rifornimenti destinati alle forze russe nel Mare d'Azov.
Uno dei droni ucraini è esploso nel porto romeno di Costanza dopo essere stato deviato dai sistemi di guerra elettronica russi, aumentando i timori per un possibile coinvolgimento accidentale di Paesi NATO.
Sul fronte opposto, gli attacchi russi delle ultime ventiquattro ore hanno provocato almeno tredici morti e settanta feriti.
Una donna di 35 anni è stata uccisa in un bombardamento contro una stazione di servizio a Kherson, mentre quattro persone hanno perso la vita dopo che un caseificio nei pressi di Kiev è stato colpito dai missili russi.
Numeri che ricordano una verità spesso dimenticata nei palazzi della diplomazia internazionale: mentre leader e governi discutono, la guerra continua a uccidere.
E dopo il rifiuto di Putin all'incontro con Zelensky, la prospettiva di una pace vicina appare oggi più lontana che mai.


