L’8 Marzo, il Sole, la Falce e il tramonto del patriarcato
Mentre il rito dell’8 marzo si trascina tra mimose e slogan, il dibattito politico sul "patriarcato" continua a ignorare la complessità della Storia, preferendo una narrazione lineare che non rende giustizia alla forza ancestrale del femminile.
Se vogliamo davvero liberare la donna, dobbiamo smettere di guardare al passato come a un’oscurità uniforme e riscoprire le vette solari e gli abissi profondi che hanno segnato la nostra civiltà.
Quando la parità era ordine cosmico
Contrariamente alla vulgata corrente che dipinge ogni società antica come un inferno misogino — un racconto utile solo a giustificare il nichilismo presente — le radici dell'Europa affondano in una cultura, quella indoeuropea, dove la polarità maschile e femminile non era scontro, ma ordine cosmico speculare. Non esisteva l'idea della donna come essere ontologicamente inferiore, bensì come forza complementare e necessaria al mantenimento dell'equilibrio tra Cielo e Terra.
Dalle regine guerriere celtiche e britanniche, come Budicca, capaci di guidare eserciti contro l'oppressione, alle sacerdotesse romane e alle profetesse germaniche (le Weleda), la donna non è mai stata un "accessorio" del guerriero.
Era la custode del Sacro, il ponte vivente tra la stirpe e gli Dei, depositaria di una dignità giuridica e spirituale che il moderno puritanesimo, figlio di influenze estranee, ci ha spinto a dimenticare.
Mentre oggi si parla di "parità" come livellamento verso il basso e omologazione dei sessi, il mondo indoeuropeo celebrava la Differenza come Potenza. Era un universo di gerarchie verticali basate sul valore e sulla funzione: la donna dominava lo spazio interno e sacrale, l'uomo quello esterno e bellico, ma entrambi erano sovrani nel proprio ambito. In questo contesto, l'autorità femminile non era concessa per "gentilezza" o legge scritta, ma scaturiva naturalmente dalla sua natura di Domina, signora della continuità del sangue e custode del fuoco che non deve spegnersi.
La deriva orientale
In Oriente, viceversa, circa settemila anni fa tutto era cambiato con la scoperta dell'agricoltura e l'invenzione dei granai, cioè l'accumulazione delle risorse e la loro concentrazione nelle mani dei pochi che avevano il potere di redistribuirle.
Una forma di dominio spietata e arcaica: società 'patriarcali' piramidali dominate da un ristretto gruppo di maschi , paradossalmente sottomessi al volere superiore di poche "Grandi Madri" o Matriarche. Un'oligarchia che gestiva masse di donne e infanti come capitale biologico e produttivo. In questo sistema, il surplus maschile era un pericolo: i giovani maschi venivano sistematicamente schiavizzati, espulsi o sacrificati per mantenere l'equilibrio del branco. (* vedi nota)
È in questo grumo di potere primordiale che si radica la sottomissione strutturale che poi defluirà nelle teocrazie mediorientali, dove la donna viene definitivamente degradata a proprietà, velata e silenziata nel deserto dei dogmi.
Anche in tempi odierni, mentre l’Occidente indoeuropeo, attraverso la Cavalleria, tentava di elevare la Donna a ideale spirituale, in Oriente si consolidava quel modello di redistribuzione dall'alto (e di cancellazione del femminile) che ancora oggi una certa politica fatica a condannare.
Chi avversa il patriarcato dovrebbe avere il coraggio di guardare a quelle teocrazie primordiali e a quelle antiche recinzioni di grano, dove il femminile è stato sistematicamente ridotto a merce di scambio.
Amaterasu e Niña Blanca: le due facce della Potere
Oggi, il femminile viene spesso declinato attraverso la lente della vulnerabilità o della concessione: si parla di "quote", di "tutele", di spazi da occupare per gentile concessione di un sistema che si professa inclusivo. Ma la storia dei simboli e delle culture ancestrali racconta una verità opposta e molto più fiera. Esiste un potere femminile che non chiede permesso e non cerca parità, perché esercita, da millenni, una sovranità assoluta.
Questo è il punto di rottura definitivo con la narrazione moderna: Amaterasu e la Niña Blanca non sono "donne emancipate" secondo i canoni liberali, perché non hanno mai accettato di farsi misurare dal metro maschile. Non scimmiottano il soldato, il manager o il legislatore; esse sono l'origine stessa della legge e della fine.
Amaterasu non è la madre amorevole che perdona; è la Purezza Rituale che non tollera l'impurità del conflitto. Nel mito della grotta, la sua reazione alle offese del fratello non è la sfida aperta — tipica della reazione maschile — ma la sottrazione. Spegnendo se stessa, spegne il cosmo. È il potere politico più terrificante: quello che dimostra che l'ordine esiste solo finché lei decide di guardarlo. Non combatte con le armi perché l'arma è la sua stessa essenza. Il mondo, lasciato al buio, non deve "concederle diritti", ma implorare la sua luce per non perire. È una sovranità che regge l'Impero non per forza bruta, ma per necessità ontologica.
Dall'altra parte, la Niña Blanca spazza via le pretese delle convenzioni e delle gerarchie con la "Purezza dell'Osso". Se il patriarcato crea classi, ranghi e titoli, lei è la Grande Livellatrice. Il suo bianco non è quello della verginità castrante, ma quello della calce che purifica la carne dal superfluo. Non cerca parità perché sa che, alla fine, ogni uomo sarà uguale sotto il suo manto. È un dominio che non ha bisogno di servi, perché la morte non recluta: raccoglie. La sua libertà non è "liberazione" dai vincoli altrui, ma la constatazione che quei vincoli possono essere polvere di fronte alla falce della sua determinazione.
Rivendicare il Matriarcato Invisibile
Dovremmo avere il coraggio di dirlo: molti di quelli che oggi definiamo patriarcati sono stati, in realtà, matriarcati sostanziali. Società dove l’autorità esteriore era maschile, ma il potere reale — quello educativo, economico-domestico e morale — era saldamente nelle mani delle madri dominanti.
Anche in tempi relativamente recenti, mentre "i maschi" costruivano la società patriarcale odierna, a dominare c'erano Isabella II di Spagna, Guglielmina dei Paesi Bassi, Elisabetta di Baviera (Sissi) e la Regina Vittoria o Maria Antonietta d'Austria e Aleksandra Fëdorovna Romanova che furono determinanti per gli eventi che portarono alle rivoluzioni francese e russa.
Rivendicare l’8 marzo oggi non significa chiedere una "quota rosa" in un consiglio d'amministrazione, nè opporsi ad un patriarcato senza conoscerne le origini.
Rivendicare l’8 marzo oggi significa restituire alla donna la sua centralità solare.
Oltre la mimosa.
(* nota) Uno studio fondamentale pubblicato su PNAS e su PubMed nel 2015 ha rivelato che tra i 7.000 e i 5.000 anni fa, la diversità del cromosoma Y (trasmesso solo da padre a figlio) crollò drasticamente in tutto il mondo. (link)