Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea decide di non muovere i tassi di interesse, ma il quadro economico si fa più fragile. A pesare è soprattutto la guerra in Medio Oriente, che introduce nuovi rischi per l’inflazione e rallenta le prospettive di crescita nell’area euro.
I tre tassi di riferimento restano invariati: 2,00% sui depositi, 2,15% sulle operazioni di rifinanziamento principali e 2,40% su quelle marginali. Una scelta che riflette, da un lato, una situazione sotto controllo sul fronte dei prezzi, ma dall’altro una cautela crescente di fronte alle tensioni geopolitiche.
Inflazione sotto controllo, ma con nuove pressioni
L’inflazione complessiva si sta avvicinando all’obiettivo del 2% nel medio termine, e le aspettative restano “ben ancorate”. Tuttavia, il conflitto in corso rischia di riaccendere le pressioni sui prezzi, soprattutto nel breve periodo, attraverso l’aumento dei costi energetici.
Le nuove stime della BCE, aggiornate in via eccezionale fino all’11 marzo, indicano un’inflazione media al 2,6% nel 2026, al 2,0% nel 2027 e al 2,1% nel 2028. Numeri leggermente più alti rispetto alle previsioni di dicembre, proprio a causa del caro energia legato alla guerra.
Anche l’inflazione “di fondo”, cioè al netto di energia e alimentari, mostra segnali di rialzo: 2,3% nel 2026, 2,2% nel 2027 e 2,1% nel 2028. Segno che gli effetti indiretti dell’energia stanno già filtrando nel resto dell’economia.
Crescita debole e rischi al ribasso
Se i prezzi restano sotto osservazione, è la crescita a destare le maggiori preoccupazioni. Le stime parlano di un aumento del PIL dello 0,9% nel 2026, dell’1,3% nel 2027 e dell’1,4% nel 2028, con una revisione al ribasso soprattutto per il prossimo anno.
A incidere sono gli effetti globali del conflitto: mercati delle materie prime più instabili, perdita di potere d’acquisto e un clima di fiducia più fragile per imprese e famiglie.
A sostenere l’economia restano però alcuni fattori interni: il basso livello di disoccupazione, la solidità dei bilanci privati e la spesa pubblica, in particolare per difesa e infrastrutture.
Lo spettro dello shock energetico
La BCE ha anche analizzato scenari alternativi, ipotizzando un’interruzione prolungata delle forniture di petrolio e gas. In quel caso, lo scenario sarebbe nettamente peggiore: inflazione più alta e crescita più debole.
Molto dipenderà dalla durata e dall’intensità della crisi, ma soprattutto da quanto un eventuale shock energetico riuscirà a propagarsi nell’economia reale, generando effetti “di secondo impatto” sui prezzi.
Strategia: prudenza e dati alla mano
Di fronte a un contesto così incerto, Francoforte sceglie la linea della prudenza. Le decisioni continueranno a essere prese riunione per riunione, sulla base dei dati economici e finanziari via via disponibili, senza impegni su un percorso predefinito dei tassi.
Nel frattempo prosegue la riduzione dei portafogli di titoli acquistati negli anni passati: sia il programma ordinario (PAA) sia quello pandemico (PEPP) stanno diminuendo in modo graduale, senza reinvestimento dei titoli in scadenza.
La BCE pronta a intervenire
Il messaggio finale resta chiaro: la BCE è pronta a usare tutti i suoi strumenti per garantire la stabilità dei prezzi e il corretto funzionamento del sistema finanziario dell’eurozona.
Resta sul tavolo anche lo “scudo anti-spread”, lo strumento pensato per contrastare tensioni ingiustificate sui mercati dei titoli di Stato, qualora queste mettessero a rischio la trasmissione della politica monetaria.
Il quadro è evidente: tassi fermi oggi, ma con lo sguardo puntato su una crisi internazionale che potrebbe cambiare rapidamente le carte in tavola.


