In Italia, il cancro della prostata è uno dei tumori più diffusi: è il primo tra gli uomini, con circa 41.100 nuove diagnosi stimate per il 2023, ed è in crescita. Importante è stata la prevenzione di questo tumore che sempre più ha condotto a diagnosi precoci e tempestive anche in età relativamente giovane. Ecco uno dei motivi che oggi mette i medici di fronte al sempre più interrogativo : Quale terapia in relazione al tipo ed età di paziente?
Il tumore della prostata ha origine dalle cellule presenti all'interno della ghiandola prostatica, che cominciano a crescere in maniera incontrollata. La prostata è presente solo negli uomini, è posizionata di fronte al retto e produce una parte del liquido seminale rilasciato durante l'eiaculazione. In condizioni normali ha le dimensioni di una noce, ma con il passare degli anni o a causa di alcune patologie, può ingrossarsi fino a dare disturbi soprattutto di tipo urinario.
Questa ghiandola è molto sensibile all'azione degli ormoni, in particolare di quelli maschili, come il testosterone, che ne influenzano la crescita.
Nonostante l’incidenza elevata, la probabilità che la malattia abbia un esito infausto è bassa, soprattutto se si interviene in tempo. La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi si attesta infatti al 91%, una tra le percentuali più alte in caso di tumore, soprattutto se si tiene conto dell'avanzata età media dei pazienti. Attualmente sono circa 485.000 gli uomini che convivono con una diagnosi di carcinoma prostatico.
In Italia la sopravvivenza dopo una diagnosi di tumore della prostata è aumentata in modo significativo negli ultimi dieci anni.
Gli uomini vivi dopo la diagnosi sono passati da 217.000 nel 2014 a 485.000 nel 2024, con un incremento del 55%. Inoltre, per il 2026 è prevista una riduzione della mortalità del 7,4% rispetto al periodo 2020-2021.
Questi dati riflettono i progressi ottenuti grazie alle terapie innovative e ai miglioramenti nei percorsi di cura, che stanno trasformando il tumore della prostata in una patologia sempre più gestibile nel lungo periodo, fino a configurarsi in molti casi come una malattia cronica.
In questo nuovo scenario clinico, secondo un documento* firmato da un panel di esperti oncologi italiani nell’ambito di un progetto della Fondazione AIOM, la qualità di vita dei pazienti deve diventare un elemento centrale nelle decisioni terapeutiche. Finora questo aspetto è stato spesso considerato solo in una fase tardiva del processo decisionale, quando le scelte principali sono già state guidate soprattutto dai parametri tradizionali di efficacia oncologica. Gli esperti sottolineano invece che la qualità di vita dovrebbe essere riconosciuta come un endpoint primario nella valutazione delle terapie innovative e nella progettazione dei percorsi assistenziali.
Gli esiti di salute riferiti dai pazienti andrebbero integrati nella pratica clinica
Ogni anno in Italia si registrano oltre 40.000 nuove diagnosi di tumore della prostata e la sopravvivenza a cinque anni raggiunge il 91%. I progressi terapeutici comprendono nuove terapie ormonali di ultima generazione, radiofarmaci, PARP-inibitori per specifici sottogruppi di pazienti e strategie sempre più evolute di sequenziamento dei trattamenti. Tuttavia, nella pratica clinica permane una distanza tra i risultati degli studi clinici e l’esperienza reale dei pazienti.
Per colmare questo divario, il documento evidenzia la necessità di integrare in modo sistematico i Patient-Reported Outcomes, cioè gli esiti di salute riferiti direttamente dai pazienti, nella pratica clinica.
“Persistono differenze significative tra la qualità di vita misurata negli studi clinici e quella percepita nella pratica reale – sottolineano gli esperti -. Gli strumenti di misurazione dei Patient-Reported Outcomes, cioè gli esiti di salute valutati direttamente dal paziente e basati sulla sua percezione della malattia e del trattamento, sono disponibili e validati, ma il loro utilizzo nella pratica reale è disomogeneo e presenta limiti applicativi, soprattutto nelle popolazioni anziane e fragili, che rappresentano una quota rilevante dei pazienti con carcinoma della prostata. La raccolta e la pubblicazione dei dati di qualità di vita negli studi clinici non sono sempre tempestive e la trasferibilità nel contesto reale risulta spesso limitata. A questo si aggiunge una discrepanza documentata tra la percezione del clinico e quella del paziente. Il valore attribuito a un beneficio di sopravvivenza o, al contrario, il peso di una tossicità cronica di basso grado ma persistente varia in funzione dell’età, delle aspettative individuali, del contesto sociale. Ne deriva la necessità di integrare in modo strutturato il punto di vista del paziente nelle decisioni terapeutiche”.
Questi strumenti permettono di valutare meglio l’impatto delle terapie sulla vita quotidiana, considerando anche fattori spesso sottovalutati come le interazioni farmacologiche, la tossicità finanziaria legata ai costi delle cure e il carico psicologico del follow-up.
Gli esperti sottolineano infine l’importanza di rafforzare modelli multidisciplinari di cura e di promuovere decisioni terapeutiche condivise, che tengano conto delle preferenze e delle esigenze individuali dei pazienti.
*Il documento è firmato dal gruppo di lavoro costituito da Orazio Caffo (Direttore Oncologia all’Ospedale Santa Chiara di Trento), Nicola Calvani (Oncologo Medico, Ospedale Perrino di Brindisi), Marco Maruzzo (Direttore dell’UOC Oncologia 3 dell’Istituto Oncologico Veneto di Padova), Giuseppe Procopio (Direttore del Programma Prostata ed Oncologia Medica Genitourinaria, IRCCS Fondazione Istituto Nazionale dei Tumori di Milano), Daniele Santini (Direttore UOC Oncologia Policlinico all’Umberto I e Professore all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”) e Elisa Zanardi(Oncologa Medica, IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova). Il documento, realizzato con il contributo non condizionante di Bayer, fa parte del progetto di Fondazione AIOM sulla qualità di vita nel paziente con carcinoma della prostata.
Medico e Paziente - AIRC - Vincenzo Petrosino


