Islamabad prova a riaprire il canale del dialogo mentre il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran entra nel secondo mese senza segnali di tregua. Il Pakistan si è detto pronto a ospitare “colloqui significativi” tra Washington e Teheran nei prossimi giorni, ma sul terreno la guerra continua ad allargarsi, tra attacchi incrociati, escalation militare e crescenti divisioni politiche negli Stati Uniti.

Il tentativo di mediazione pakistano
Il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar ha annunciato la disponibilità del Paese a fare da facilitatore per un negoziato che possa portare a una soluzione “completa e duratura” del conflitto. L’ipotesi di incontri a Islamabad resta però incerta: non è chiaro se Stati Uniti e Iran abbiano accettato di partecipare.

A complicare il quadro sono le posizioni inconciliabili delle parti in causa. Teheran accusa Washington di giocare su due tavoli: da un lato aperture al dialogo, dall’altro preparativi per un possibile intervento terrestre. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha ribadito che l’Iran non accetterà “alcuna umiliazione”, promettendo una risposta in caso di dispiegamento di truppe americane.

Il nodo strategico dello Stretto di Hormuz
Uno dei punti centrali dei negoziati riguarda la riapertura dello Stretto di Hormuz, arteria vitale per il traffico mondiale di petrolio e gas. Il blocco di fatto imposto dall’Iran dall’inizio delle ostilità, il 28 febbraio, sta provocando pesanti ricadute economiche a livello globale: prezzi energetici in salita, mercati sotto pressione e aumento dei costi per beni di prima necessità.

Pakistan, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto stanno lavorando a una proposta condivisa per ripristinare la navigazione nello stretto. Un primo segnale di apertura è arrivato da Teheran, che ha autorizzato il passaggio di alcune navi battenti bandiera pakistana, definito da Islamabad un possibile “presagio di pace”.

Escalation militare senza tregua
Sul campo, però, la guerra si intensifica. Israele ha dichiarato di aver colpito oltre 140 obiettivi in Iran in sole 24 ore, inclusi siti missilistici e depositi strategici. Teheran ha risposto con nuovi lanci di missili: uno ha colpito un’area industriale vicino a Beer Sheva, causando feriti e un'allerta per una enorme nube nera che si è creata a seguito dell'esplosione.

Il conflitto si sta estendendo ben oltre i confini iniziali. Attacchi hanno danneggiato impianti industriali in Bahrein e negli Emirati Arabi Uniti, mentre gli Houthi yemeniti, alleati dell’Iran, sono entrati direttamente in guerra, minacciando anche lo stretto di Bab el-Mandeb, altro snodo cruciale per il commercio globale diretto verso il ca nale di Suez.

Intanto cresce il bilancio umano: migliaia di morti e decine di operatori sanitari uccisi, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, anche nei raid che hanno colpito il Libano meridionale.

Gli Stati Uniti tra negoziato e intervento
Washington ha rafforzato la propria presenza militare nella regione. Migliaia di Marines sono stati dispiegati, con i primi contingenti arrivati a bordo della nave anfibia USS Tripoli. Secondo indiscrezioni, il Pentagono starebbe valutando operazioni di terra limitate in Iran, anche se la decisione finale spetta al presidente Trump.

La Casa Bianca non conferma, ma nemmeno smentisce. La portavoce Karoline Leavitt ha ribadito che preparare opzioni militari è normale, senza che ciò implichi una decisione imminente.

Trump si trova davanti a un bivio: cercare un’uscita negoziata o rischiare un’escalation che potrebbe trasformarsi in un conflitto lungo e logorante, con pesanti ricadute politiche interne in vista delle elezioni di midterm.

Divisioni negli Stati Uniti
Proprio negli USA emergono crepe sempre più evidenti. La deputata repubblicana Nancy Mace ha chiesto che il Congresso sia coinvolto in qualsiasi decisione sull’invio di truppe, sottolineando la necessità di autorizzazioni formali.

Sempre all’interno del fronte conservatore, alcuni esponenti temono che un intervento terrestre possa trasformarsi in una nuova guerra senza fine, con costi economici e politici elevati. Critiche arrivano anche da figure vicine a Trump, che mettono in guardia dal rischio di un conflitto capace di “creare più nemici di quanti ne elimini”.

Un conflitto senza uscita chiara
Nonostante le operazioni militari abbiano indebolito le capacità iraniane, gli analisti concordano su un punto: Teheran conserva ancora strumenti sufficienti per destabilizzare la regione e colpire interessi strategici.

L’assenza di un obiettivo finale chiaro rende il conflitto ancora più pericoloso. Senza una definizione condivisa di cosa significhi “vittoria”, ogni opzione – diplomatica o militare – appare fragile.

In questo scenario, l’iniziativa del Pakistan rappresenta uno dei pochi spiragli diplomatici. Ma finché le armi continueranno a parlare più forte dei negoziati, la prospettiva di una tregua resta lontana.