C'è qualcosa di straordinariamente rivelatore nelle ultime dichiarazioni del ministro della Giustizia, o forse più dello Spritz, Carlo Nordio. Non tanto per ciò che dicono sul dibattito attorno al cosiddetto “patentino antifascista” della fiera dell'editoria Più Libri Più Liberi, quanto per ciò che raccontano del rapporto che una parte della destra italiana continua ad avere con la propria storia.
Secondo Nordio, sarebbe addirittura un "paradosso" pretendere attestazioni di antifascismo da chi utilizza un Codice penale che porta la firma di Benito Mussolini. Un'affermazione che vorrebbe apparire brillante, provocatoria e demolitrice, ma che finisce invece per assomigliare all'ennesima uscita da aperitivo politico: una frase a effetto buona per i titoli dei giornali, ma incapace di reggere alla prova dei fatti.
Perché il ministro della Giustizia dovrebbe sapere meglio di chiunque altro che il Codice Rocco del 1930 non è rimasto congelato in una teca del Ventennio. Dovrebbe sapere che quel testo è stato smontato, corretto, riscritto, amputato e reinterpretato per oltre settant'anni dalla Repubblica italiana, dalla Costituzione nata dalla Resistenza e soprattutto dalle sentenze della Corte Costituzionale.
E invece no.
Nordio sembra aver scoperto improvvisamente che sul frontespizio del Codice compare la firma di Mussolini e ha deciso di trasformare questa banale evidenza storica in un argomento politico. Peccato che il ragionamento sia talmente fragile da crollare dopo pochi secondi di analisi.
Seguendo la logica del ministro, infatti, dovremmo considerare fascista qualsiasi istituzione nata prima del 1945. Le strade costruite durante il regime? Fasciste. Alcuni edifici pubblici ancora utilizzati? Fascisti. Le ferrovie? Fasciste. Persino molti codici amministrativi e apparati burocratici dello Stato avrebbero allora una sorta di certificazione ideologica permanente.
È una tesi che non sta in piedi.
La verità è molto più semplice e molto più scomoda per chi cerca scorciatoie polemiche. Il Codice Rocco sopravvive formalmente perché nessun legislatore ha mai riscritto integralmente il codice penale ripartendo da zero. Ma la sua anima politica è stata progressivamente demolita dalla democrazia repubblicana.
Sono scomparsi i reati costruiti per proteggere il regime. Sono cadute le norme incompatibili con le libertà costituzionali. Sono state eliminate le impostazioni più autoritarie. Decine di articoli sono stati modificati. Altri sono stati dichiarati illegittimi dalla Consulta. L'intero sistema interpretativo è stato ribaltato dall'entrata in vigore della Costituzione del 1948.
In altre parole, ciò che resta del Codice Rocco è spesso soltanto la struttura esterna. Come una casa della quale siano state rifatte fondamenta, impianti, pareti e tetto: chiamarla ancora con il nome originario può avere un senso archivistico, non politico.
Eppure Nordio, che da magistrato dovrebbe aver attraversato decenni di giurisprudenza costituzionale, finge di ignorare tutto questo. Oppure sceglie deliberatamente di ignorarlo.
Ed è qui che il problema diventa politico.
Perché la polemica non nasce da una discussione tecnica sul diritto penale. Nasce dal fatto che una manifestazione culturale ha chiesto ai partecipanti di riconoscersi nei valori antifascisti della Costituzione repubblicana. Una richiesta che in qualunque democrazia nata dalla sconfitta di una dittatura dovrebbe apparire quasi ovvia.
In Germania nessun ministro della Giustizia si sognerebbe di obiettare che alcuni codici giuridici del passato portavano la firma di funzionari del Terzo Reich. In Spagna nessuno utilizzerebbe Franco come argomento retorico per contestare l'adesione ai principi democratici.
Solo in Italia si riesce a trasformare l'antifascismo costituzionale in un problema e la firma di Mussolini in una curiosa forma di attenuante storica.
Non sorprende quindi la reazione indignata delle opposizioni. Il senatore Dario Parrini ha parlato di un'uscita "sconcertante" e "ridicola", accusando il ministro di alimentare una lettura revisionistica del fascismo. Parole dure, ma difficili da considerare immotivate.
Perché il punto non è stabilire se il Codice Rocco esista ancora formalmente. Il punto è capire se un ministro della Giustizia debba ricordare che la legittimità dell'ordinamento italiano non deriva dalla firma di Mussolini, bensì dalla Costituzione nata dalla lotta antifascista.
Una differenza enorme. Una differenza che qualsiasi studente del primo anno di Giurisprudenza conosce. E che sarebbe rassicurante vedere ricordata anche da chi oggi guida il Ministero della Giustizia.
Altrimenti il rischio è che, tra uno spritz polemico e una battuta ad effetto, qualcuno finisca davvero per confondere il timbro lasciato dalla dittatura con il fondamento della democrazia.
E quello non sarebbe più un paradosso.
Sarebbe semplicemente un grosso problema.


