Una popolazione che invecchia rapidamente, bisogni sanitari sempre più complessi e una solitudine diffusa che spinge i cittadini fragili a cercare aiuto dove possono: nello studio del medico di famiglia. È questo il quadro emerso con chiarezza durante il congresso regionale della Società italiana di medicina generale e delle cure primarie (Simg), che ha riunito a Bologna circa 400 professionisti per interrogarsi sulla tenuta del Servizio sanitario nazionale in una delle regioni storicamente più avanzate del Paese.
I numeri parlano da soli. In Emilia-Romagna gli over 65 rappresentano ormai il 24,9% della popolazione e, tra questi, oltre 336mila vivono soli. Un dato che fotografa un’emergenza silenziosa ma crescente, destinata ad avere un impatto profondo sull’organizzazione delle cure. “Sempre più spesso il medico di famiglia diventa l’unico punto di riferimento, anche sociale, per queste persone”, ha spiegato il segretario regionale Simg, Marco Cupardo.
Il ruolo del medico di medicina generale sta cambiando rapidamente. Non si tratta più soltanto di diagnosticare e curare malattie, ma di intercettare fragilità più ampie: isolamento, difficoltà economiche, perdita di autonomia. Una trasformazione che richiede una presa in carico globale del paziente, ma che il sistema attuale fatica a sostenere, sia in termini organizzativi sia di risorse.
Al centro della riforma della sanità territoriale ci sono le Case della Comunità, strutture pensate per offrire servizi integrati e multidisciplinari. Tuttavia, proprio dalla Simg arriva un monito netto: il rischio è che queste nuove realtà restino scatole vuote. “Abbiamo costruito le mura, ma ora dobbiamo farle funzionare davvero”, ha sottolineato Cupardo.
L’Emilia-Romagna parte da una posizione relativamente avanzata, grazie a esperienze consolidate di medicina di gruppo e aggregazioni funzionali territoriali. Ma questo non basta. Perché le Case della Comunità diventino luoghi realmente operativi, è indispensabile coinvolgere la medicina generale non solo sul piano operativo, ma anche nei processi decisionali. Servono strumenti diagnostici adeguati, infrastrutture digitali efficienti e, soprattutto, team multidisciplinari composti da infermieri e personale amministrativo.
Il nodo delle risorse umane resta però cruciale. Il sistema deve fare i conti con un ricambio generazionale insufficiente a compensare i pensionamenti. A questo si aggiunge un carico burocratico crescente, giudicato ormai insostenibile da molti professionisti.
“Il tempo del medico deve tornare a essere tempo di cura” è il messaggio che emerge con forza dal congresso. Il presidente nazionale Simg, Alessandro Rossi, ha avvertito che la professione rischia di essere schiacciata da compiti impropri, in assenza di una visione riformatrice chiara e condivisa. La richiesta alle istituzioni è semplice quanto urgente: ascoltare chi lavora sul campo e ridurre gli adempimenti amministrativi che sottraggono tempo al rapporto con il paziente.
Il modello territoriale emiliano, spesso considerato un riferimento, non è immune da criticità. Senza un’evoluzione rapida, anche questo sistema rischia di andare in sofferenza. La sfida per i medici di medicina generale è duplice: da un lato accettare un ruolo sempre più centrale nel coordinamento dei team multidisciplinari; dall’altro pretendere che le nuove strutture siano dotate di reali capacità operative.
In assenza di investimenti concreti sul personale di supporto e sulla semplificazione digitale, il pericolo è che le Case della Comunità si trasformino in semplici snodi burocratici. Uno scenario che allontanerebbe ulteriormente il medico dalla sua funzione principale: prendersi cura, davvero, dei pazienti più fragili.


