Quelle 44 barche che sono partite dalla Spagna mosse dalla compassione, dalla solidarietà e per amore della verità e della giustizia per un popolo destinato all’estinzione hanno spalancato una finestra sull’orrore di un massacro sottaciuto e tollerato per interesse e viltà da troppi stati europei complici nel rappresentare gli interessi dell’imprenditoria predatoria e non quelli generali dei loro popoli. Onore al merito per Julian Assange che ha avuto il coraggio di mostrare le atrocità contro esseri umani indifesi e le reali ragioni che si celavano dietro ai numerosi colpi di stato portati a termine nei paesi emergenti soprattutto sudamericani e africani, stragi di stato, pulizie etniche, guerre fratricide ipocritamente giustificate dalla cinica logica di difendere “la sicurezza nazionale e vite americane” quando in realtà è la continuazione del sistema coloniale che non ha mai cessato di operare crudelmente nei confronti di quei popoli considerati “inferiori”.
Spero che per molti “esseri umani” la tragedia di Gaza sia stata un’occasione per dare inizio ad un processo di autocritica costruttiva sia personale che collettiva; finalmente si è parlato apertamente e senza mezzi termini della “complicità degli stati europei in un genocidio”; di comportamenti ipocritamente omissivi; della necessità di difendere il sistema giuridico internazionale come unico riferimento per ripristinare e mantenere la pace, dirimere le controversie tra gli stati per evitare conflittualità. Gaza ha evidenziato una situazione dove tutti i limiti sono stati oltrepassati con cinismo e noncuranza per le più elementari regole morali e giuridiche, gli autori stanno dimostrando di non temere alcuna conseguenza per le atrocità commesse perché di fatto la barbarie ha ormai soppiantato la civiltà del diritto. Il volto disumano del capitalismo rampante che si celava nell’ombra e nelle pieghe della storia si mostra ormai senza alcuna vergogna o timore.
Gaza ha avuto il pregio di aprire molte coscienze ad un processo di coscientizzazione del proprio sentire, pensare e agire necessario per divenire consapevoli artefici del proprio destino. Una riflessione critica sulle esperienze personali e la comprensione delle dinamiche di potere ed oppressione portano verso la libertà individuale e al rispetto della propria e altrui dignità. Promuovendo lo sviluppo di un sistema di valori autonomo, da soggetti passivi si diviene individualità consapevoli e portatori di cambiamenti per realizzare una società migliore: se vogliamo cambiare “il fuori” occorre cambiare “la nostra interiorità” infatti sono i valori che portiamo dentro che incidono sulla realtà sia privata che civile. Oggi abbiamo bisogno di domandarci quanto è importante per ciascuno di noi la democrazia con i suoi valori ma ancor più riconoscere in noi quali sono i valori morali che determinano i nostri comportamenti ma in questa analisi dobbiamo bandire l’ipocrisia.
“La verità vi renderà liberi” mai parole più vere! Dobbiamo a questo punto chiederci se siamo disposti a pagare il prezzo per testimoniare questo principio. In tutto il mondo moltissime individualità hanno fatto la scelta di ricercare la verità, di stare dalla parte dei diseredati, di difendere apertamente le vittime delle ingiustizie pagando un prezzo troppo alto. Non possiamo più ignorare la sofferenza e le ingiustizie imposte ai più deboli che stanno bussando alla porta delle nostre oasi di tranquillità.
Queste situazioni non sono casuali ma rispettano una dinamica ben precisa, decisa freddamente a tavolino. Abbiamo lasciato che venisse emanata una normativa che ha favorito lo sviluppo del male del secolo: il capitalismo rampante, privo di regole sia giuridiche che morali. Non vi sono tribunali né sentenze che possano ingabbiare tale fenomeno predatorio.
Aver scelto di essere spettatori passivi di tale fenomeno ci ha reso suoi complici perché ha quasi annullato il nostro senso di obbligo ad agire di fronte ai crimini contro l’umanità. Questo addormentamento delle coscienze si ripresenterà ogni qual volta ci troveremo costretti a scegliere tra la nostra tranquillità e il cercare una concreta soluzione dei problemi di carattere generale che stanno divenendo sempre più gravi sotto l’influenza del potere politico economico, si modificherà solo la forma ma non la sostanza. Un esempio concreto che deve già interessare tutti è stata la decisione presa dal Consiglio europeo di procrastinare la lotta alla crisi climatica dal 2030 al 2040 che sicuramente produrrà una migrazione di centinaia di milioni di persone che saranno costrette ad abbandonare le proprie terre a causa del cambiamento climatico. Già stiamo dimostrando una profonda ostilità verso il fenomeno migratorio ma quando il fenomeno si acuirà troveremo nuovi modi per giustificare la passività, per evitare di sentire il dovere morale di intervenire.
Gradualmente questo atteggiamento passivo amplificherà l’indifferenza verso i nostri simili, perderemo la compassione che ci spingerà verso una delle più pericolose chine di questo secolo e avremo la diretta responsabilità di aver lasciato che si affermasse. Sia il colonialismo che il capitalismo sono fondati sull’appropriazione continua, sull’estrazione senza limiti e quando si vive all’interno di un sistema famelico di tal portata, diventa nel suo stesso interesse indurci a preoccuparci sempre meno degli altri.
Le nostre esistenze poggiano principalmente su di una cultura prefabbricata dal capitalismo il cui scopo fondamentale è disintegrare gradualmente i valori democratici e morali per trasformarci in consumatori e complici passivi di un sistema criminale che garantisce l’arricchimento dei pochi a danno della maggioranza.
Il biennio 2022 e 2023 ha aperto un tragico periodo di conflitti inutili e sanguinosi: 22 febbraio Russia/Ucraina; aprile 2023 guerra civile nel Sudan; ottobre 2023 Israele/Gaza.
Il Sudan è un altro teatro di massacri dimenticato, le guerre fratricide hanno sempre dei fomentatori occulti, le responsabilità dei conflitti armati è sempre dei paesi occidentali che armano le fazioni: anche qui in varie modalità vi è chi alimenta l’economia di guerra e sicuramente vi sono risorse naturali da predare. Medici senza frontiere mi ha inviato un report informativo sulla situazione drammatica in cui versa la popolazione civile sudanese, ne riporto alcune parti tanto per “familiarizzare” con l’argomento.
“Il 15 aprile 2023, sono scoppiati intensi combattimenti tra le Forze Armate Sudanesi e le Forze di Supporto Rapido (RSF) a Khartoum, e in gran parte del Sudan. Da allora, il conflitto ha ucciso e ferito migliaia di persone.
Per oltre un anno, gran parte del Sudan ha vissuto una violenza continua, caratterizzata da un’intensa guerra urbana, sparatorie, bombardamenti e attacchi aerei. Il sistema sanitario, già fragile prima dell’inizio del conflitto, sta lottando per far fronte sia alle esigenze mediche esistenti, sia a quelle emergenti.
Questa situazione è ulteriormente aggravata dalla distruzione e dal saccheggio delle strutture sanitarie, dalle gravi carenze di servizi e forniture mediche, e da un personale sanitario sotto-risorse, non retribuito e oberato di lavoro. Di conseguenza, la popolazione del Paese si trova ad affrontare notevoli difficoltà nell’accesso alle cure mediche.
Prima dello scoppio del conflitto, il Sudan stava già affrontando una grave crisi umanitaria con 15,8 milioni di persone che necessitavano di assistenza umanitaria.
Oggi, il conflitto ha aggravato questa situazione, lasciando quasi 24,6 milioni di persone — oltre la metà della popolazione sudanese — in stato di bisogno.
Si stima che più di 10,7 milioni di persone hanno dovuto abbandonare le loro case, di cui circa la metà sono bambini. La maggior parte degli sfollati, oltre 8 milioni sono interni al Sudan, mentre più di 3 milioni di persone sono fuggite verso i paesi limitrofi, tra cui 600.000 rifugiati solo in Ciad nell’ultimo anno. È la più grande crisi di sfollamento a livello mondiale, con milioni di persone costrette a vivere in campi privi di assistenza sanitaria e umanitaria.
L’insicurezza alimentare e la malnutrizione hanno raggiunto livelli catastrofici in alcune parti del Sudan. Nei mesi di marzo e aprile 2024, MSF ha condotto uno screening di massa di oltre 110.000 bambini sotto i 5 anni, nonché su donne incinte e che allattano, riscontrando una crisi di malnutrizione catastrofica e mortale nel campo di Zaza, nel Darfur settentrionale.
Degli oltre 75.000 bambini sottoposti a screening, il 34% è risultato affetto da malnutrizione acuta, di cui il 9% in forma grave. Cifre simili sono state riscontrate tra oltre 35.000 donne incinte e che allattano sottoposte a screening: un terzo era gravemente malnutrito, di cui il 11% con grave malnutrizione acuta.
La malnutrizione è destinata ad aumentare ulteriormente nei prossimi mesi. Con l’attuale stagione magra, e con l’inizio della stagione delle piogge, il trasporto di rifornimenti vitali diventerà più difficile.
Le Nazioni Unite e altre organizzazioni hanno lanciato l’allarme: il Sudan potrebbe trasformarsi nella più grande crisi alimentare del mondo. Se non verrà immediatamente intensificata la distribuzione di cibo e non si garantirà un accesso senza ostacoli agli aiuti umanitari, nei prossimi mesi potrebbe verificarsi una carestia di proporzioni devastanti.
Il sistema sanitario del Sudan era già fragile prima dell’inizio del conflitto. Oggi a causa degli attacchi, dell’occupazione degli ospedali da parte delle forze armate, delle interruzioni di corrente e della carenza di forniture mediche, il sistema sanitario è sull’orlo del collasso.
Se epidemie di morbillo e colera erano affrontate come eventi stagionali prima dell’attuale guerra in Sudan, oggi con la mancanza di medicinali e di servizi essenziali come l’acqua, la situazione è ancora più disastrosa, soprattutto per i bambini.
La mancanza di vaccini ha lasciato molti di loro esposti al rischio di epidemie di malattie mortali come il morbillo.
Le donne incinte e i bambini che risiedono nei campi sono particolarmente vulnerabili ai rischi per la salute dovuti alle dure condizioni di vita e all’insufficiente risposta umanitaria. Le donne spesso partoriscono in casa, aumentando il rischio di complicazioni e infezioni, mentre l’accesso alle cure prenatali rimane insufficiente.
L’escalation della guerra civile in Sudan ha portato un’ostruzione sistematica degli aiuti, dell’accesso umanitario e delle forniture. È stato difficile ottenere visti per il personale umanitario per entrare nel paese e permessi di viaggio per muoversi in Sudan. I permessi per attraversare le linee del fronte, ad esempio da Port Sudan alle aree controllate dalle Forze di Supporto Rapido (RSF), sono stati ripetutamente negati. Sono stati fatti anche tentativi per impedire che gli aiuti entrassero nel paese attraverso il confine dal Ciad e dal Sudan del Sud.
La guerra civile in Sudan e la relativa violenza continuano ad avere gravi implicazioni sulla salute mentale delle persone in fuga o bloccate nel mezzo dei combattimenti. Le persone continuano a vivere traumi estremi poiché perdono familiari e persone care, assistono e subiscono violenze, tra cui la violenza sessuale. Molti continuano a temere per la propria vita a causa dei continui e pesanti combattimenti, specialmente negli stati di Khartoum, Darfur e Al Jazirah."
Leggendo tale relazione ho notato come vi siano delle similitudini tra i vari conflitti, ciò prova che vi è una “regia” genocidaria consolidata che si avvale della complicità delle amministrazioni politiche della maggior parte dei Paesi occidentali (e non) per raggiungere i propri obiettivi: realizzare incalcolabili profitti sulle disgrazie delle vittime prescelte. In questi conflitti molti sono i soggetti economici che ci guadagnano, lo ha puntualizzato molto chiaramente la relatrice dell’ONU Francesca Albanese che ha denunciato l’economia di occupazione e genocidaria, una catena alimentare che nutre il sistema multinazionale che opera senza nessuna regola e timore.
Siamo noi cittadini occidentali a dover risolvere alla radice il problema della vasta conflittualità mondiale, abbiamo il diritto e soprattutto il dovere di apportare pacificamente e democraticamente sostanziali modifiche al sistema giuridico eliminando le norme che hanno permesso alle multinazionali di radicarsi e svilupparsi in forma anomala e sovversiva nel tessuto economico, politico, sociale e militare soppiantando di fatto i principi democratici e morali contenuti nelle Costituzioni democratiche. Il problema è giuridico ma anche morale per questo occorre una pacifica rivoluzione dal basso che permetta ai cittadini di riappropriarsi del loro spazio vitale: dobbiamo realizzare una democrazia reale e non teorica che rivaluti i principi fondamentali dell’uguaglianza, libertà fondamentali, solidarietà, giustizia sociale, difesa dell’ambiente, pace e lavoro.

