Pontremoli, il “liceo di pace” e le ombre taciute degli abusi
Negli ultimi giorni Pontremoli è al centro di una vicenda che sta alimentando un acceso dibattito pubblico e che chiama in causa il ruolo delle istituzioni, la responsabilità della comunicazione e la gestione di temi estremamente sensibili legati al mondo della scuola. La sospensione di una possibile collaborazione tra la Diocesi di Massa-Carrara-Pontremoli e la Fondazione Olivetti Tecnologia e Ricerca ha infatti fatto emergere una frattura profonda, non solo tra i soggetti coinvolti, ma anche all’interno della comunità cittadina; e lo apprendiamo grazie ai colleghi del quotidiano La Nazione e della testata online La Voce Apuana che hanno ampiamente trattato il caso.
Tutto prende avvio da un comunicato ufficiale diffuso dalla Curia vescovile il 18 dicembre, nel quale la Diocesi ha dichiarato di non aver mai stipulato alcun accordo e di voler prendere le distanze dalla progettualità proposta. Nel testo, la Diocesi ha rivendicato con forza l’identità del liceo cittadino come “liceo di pace”, sottolineando una presunta incompatibilità valoriale con l’iniziativa ipotizzata. Il comunicato ha inoltre lasciato intendere un collegamento, diretto o indiretto, tra la Fondazione e il settore degli armamenti, elemento che ha contribuito ad accendere il malcontento di una parte della cittadinanza.
È proprio questo passaggio ad aver suscitato le reazioni più dure. La Fondazione respinge in modo netto e categorico qualsiasi accostamento al mondo delle armi, definendolo falso, infondato e privo di ogni riscontro. Secondo la sua posizione, la narrazione proposta dalla Diocesi avrebbe fornito informazioni non corrette, finendo per strumentalizzare il dissenso di un numero limitato di cittadini di Pontremoli che, sulla base di tali affermazioni, hanno interpretato l’iniziativa come una sorta di ingresso del settore militare all’interno della scuola. Una lettura che la Fondazione definisce completamente errata e che, a suo avviso, ha trovato terreno fertile proprio a causa di una comunicazione istituzionale giudicata imprecisa e fuorviante.
Nel frattempo, mentre il dibattito pubblico si concentrava sull’etichetta di “liceo di pace” e sulla presunta natura della collaborazione, un altro aspetto della vicenda rimaneva in secondo piano. Da tempo, infatti, lo stesso liceo è oggetto di segnalazioni e verifiche relative a presunti casi di abusi su alunni. Vicende gravi, che alcuni ex studenti stanno denunciando pubblicamente, affermando di aver subito quanto raccontato proprio all’interno delle mura scolastiche. Si tratta di accuse che, come è doveroso precisare, dovranno essere accertate nelle sedi competenti, ma che costituiscono un elemento di contesto impossibile da ignorare.
Secondo quanto ricostruito dalla Fondazione, proprio queste segnalazioni avrebbero avuto un peso determinante nelle decisioni assunte. L’intervento richiesto alla Fondazione sarebbe arrivato in un momento di oggettiva difficoltà per l’istituto, segnato non solo da un calo significativo delle iscrizioni, ma anche dal crescente impatto mediatico di tali denunce. Di fronte a questo scenario, definito preoccupante, la Fondazione riferisce di aver scelto una linea di estrema prudenza, comunicando già il 6 dicembre la volontà di sospendere ogni iniziativa, decisione poi ratificata dal proprio Comitato Tecnico Scientifico ed Etico.
Un passaggio particolarmente delicato riguarda la gestione delle informazioni online. Sempre secondo la versione fornita dalla Fondazione, nel corso delle interlocuzioni le sarebbe stato chiesto un aiuto per “eliminare le tracce” delle notizie presenti sul web riguardanti i presunti abusi. Una richiesta che la Fondazione afferma di aver respinto, ritenendo doveroso informare le autorità competenti e dichiarando apertamente di non voler essere in alcun modo complice di pratiche riconducibili all’omertà o alla copertura di fatti potenzialmente gravissimi, qualora questi dovessero risultare fondati.
È in questo quadro che le parole del comunicato diocesano assumono un peso ancora maggiore. Mentre si ribadisce pubblicamente l’identità del liceo come “liceo di pace”, secondo la Fondazione viene omesso un contesto fatto di segnalazioni, denunce e interrogativi che riguardano la tutela degli studenti. Una omissione che, nel racconto critico della Fondazione, finisce per spostare l’attenzione dell’opinione pubblica su un presunto nemico esterno, distogliendola da questioni ben più delicate e urgenti.
La vicenda sta così assumendo una dimensione che va oltre la semplice sospensione di una collaborazione. In gioco ci sono la credibilità delle istituzioni, il modo in cui viene costruita la narrazione pubblica e la capacità di affrontare con trasparenza situazioni complesse e dolorose. Da un lato una Diocesi che rivendica la propria identità e le proprie scelte, dall’altro una Fondazione che accusa l’ente ecclesiastico di aver diffuso informazioni false e di aver contribuito ad alimentare un clima di sospetto e divisione.
In attesa che eventuali verifiche e accertamenti facciano piena luce sia sulle modalità della comunicazione istituzionale sia sulle gravi segnalazioni che riguardano il liceo, il caso di Pontremoli continua a far discutere. Una vicenda che pone una domanda centrale e scomoda: quanto è responsabile chi comunica quando le sue parole incidono sulla percezione collettiva, soprattutto in contesti che coinvolgono la scuola, i minori e la fiducia di un’intera comunità?