Stipendi sempre più poveri, l'Italia di Giorgia Meloni resta il fanalino di coda dell'OCSE
L'economia cresce, l'occupazione viene sbandierata come un successo e Meloni continua a rivendicare la solidità dei conti pubblici. Ma c'è un dato che racconta una realtà completamente diversa, molto più concreta di qualsiasi slogan: quello delle buste paga.
Per milioni di lavoratori italiani lo stipendio vale oggi molto meno di pochi anni fa e il recupero del potere d'acquisto procede con una lentezza che non ha eguali tra le principali economie avanzate.
A certificare questo fallimento non è l'opposizione politica, né un sindacato o un centro studi indipendente. È l'OCSE, che nel nuovo rapporto Real Wages Continue to Recover fotografa una situazione che per l'Italia assume i contorni di una vera emergenza salariale.
Il quadro generale è positivo per gran parte dei Paesi industrializzati. Dopo il violento shock inflazionistico seguito alla pandemia, i salari reali stanno finalmente tornando a crescere quasi ovunque. Secondo l'organizzazione internazionale, nel terzo trimestre del 2024 i salari reali sono aumentati in 31 dei 34 Paesi analizzati, con una crescita media del 3,4%. Tuttavia, in circa due terzi dei Paesi OCSE gli stipendi non hanno ancora recuperato completamente il terreno perso rispetto all'inizio del 2021, prima dell'esplosione dell'inflazione.
L'Italia, però, non è semplicemente tra i Paesi che devono ancora recuperare. È tra quelli messi peggio.
In base ai grafici pubblicati dall'OCSE, il nostro Paese presenta una delle perdite cumulative di salario reale più elevate dell'intera area OCSE rispetto ai livelli precedenti alla crisi inflazionistica. Il recupero esiste, ma è insufficiente e lascia ancora i lavoratori italiani con un potere d'acquisto sensibilmente inferiore rispetto a quello di quattro anni fa.
Tradotto nella vita quotidiana significa una cosa molto semplice: con lo stesso stipendio oggi si compra meno. Molto meno.
Fare la spesa costa di più, pagare bollette, mutui e affitti pesa di più, mentre la capacità di risparmiare continua a diminuire. Non è una sensazione diffusa: è una realtà certificata dai dati internazionali.
Ed è proprio qui che emerge il nodo politico.
Giorgia Meloni e la sua maggioranza continuano a rivendicare il record occupazionale e la stabilità dei conti pubblici, ma evitano accuratamente di affrontare il tema centrale: la qualità del lavoro e il valore reale delle retribuzioni. Avere un'occupazione serve sempre meno se lo stipendio non consente più di mantenere lo stesso tenore di vita.
Negli ultimi anni l'esecutivo ha più volte sostenuto che il mercato avrebbe corretto spontaneamente gli squilibri salariali. L'OCSE racconta invece una storia diversa. In molti Paesi gli stipendi più bassi hanno recuperato terreno grazie a consistenti aumenti dei salari minimi legali e ad interventi specifici destinati ai lavoratori meno pagati. In media, nei trenta Paesi OCSE dotati di salario minimo nazionale, il salario minimo reale è aumentato dell'8,8% tra gennaio 2021 e gennaio 2025. La crescita mediana è stata del 5,5%, dimostrando che molti governi sono intervenuti direttamente per proteggere il potere d'acquisto dei redditi più bassi.
L'Italia rappresenta invece un caso particolare.
Non esiste un salario minimo legale e il sistema continua ad affidarsi quasi esclusivamente alla contrattazione collettiva. Ma proprio l'OCSE sottolinea come gli aumenti negoziati abbiano generalmente recuperato con maggiore lentezza rispetto agli adeguamenti dei salari minimi adottati da numerosi altri Paesi.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Mentre molte economie europee stanno lentamente recuperando il terreno perduto, i lavoratori italiani continuano a inseguire un'inflazione che ha già eroso migliaia di euro di reddito reale.
Il paradosso diventa ancora più evidente osservando un altro elemento evidenziato dal rapporto. L'OCSE spiega infatti che, mentre i salari stanno recuperando lentamente, i profitti delle imprese stanno progressivamente restituendo parte del vantaggio accumulato durante la fase di forte inflazione. Secondo gli economisti dell'organizzazione, questo riequilibrio non rappresenta un rischio di spirale salari-prezzi, ma costituisce semplicemente un recupero del potere d'acquisto perso dai lavoratori dopo che i margini di profitto avevano contribuito in misura significativa alla fiammata inflazionistica del 2021-2022.
In altre parole, gli aumenti salariali che oggi arrivano non sono un privilegio né una minaccia per l'economia: rappresentano soltanto un tentativo di restituire ai lavoratori una parte di ciò che hanno già perso.
Eppure, in Italia il dibattito pubblico continua spesso a concentrarsi su altri temi, lasciando sullo sfondo quella che probabilmente è la principale questione economica e sociale del Paese: gli stipendi.
Perché non basta vantare record occupazionali se una parte crescente dei lavoratori, pur avendo un impiego, vede diminuire il proprio tenore di vita anno dopo anno. Non basta parlare di crescita se quella crescita non arriva nelle tasche delle famiglie. E non basta rivendicare la tenuta dell'economia se il lavoro continua a perdere valore.
Il rapporto dell'OCSE è difficile da liquidare come una lettura ideologica. È una fotografia statistica, costruita su dati comparabili tra decine di economie avanzate. E quella fotografia racconta un'Italia che continua ad arrancare proprio sul terreno che più incide sulla vita quotidiana delle persone: il potere d'acquisto dei salari.
Di fronte a questo scenario, la domanda non è più se esista un problema. Il problema è certificato. La vera domanda è quanto ancora Giorgia Meloni possa continuare a parlare di successi economici mentre milioni di lavoratori italiani scoprono ogni mese che il loro stipendio vale sempre meno.
Fonte: www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2025/03/real-wages-continue-to-recover_3a8a464b/8f8ec0e4-en.pdf