Giorgia Meloni continua a dipingersi come un'incompresa della storia. Ogni volta che osa sfiorare la Costituzione – fosse anche solo per battezzare l'ennesima "riforma delle riforme", spacciata come traguardo epocale – c'è qualcuno pronto a puntarle il dito contro. L'accusa è sempre la stessa: allergia a controlli e contrappesi, voglia di modellare uno Stato a sua immagine e somiglianza, con il Parlamento in ginocchio e l'opposizione silenziata.

Ma la realtà è persino più paradossale di quanto dicano i suoi detrattori. Il progetto di concentrare potere nelle sue mani c'è, eccome. Solo che Meloni non vuole affatto stritolare l'opposizione: inetta e logorroica com'è, prega che resti viva e vegeta, perché le serve come specchio deformante per sembrare sempre un passo avanti. A costringerla a blindarsi nella cabina di comando non è la sinistra, ma la sua stessa truppa.

La coalizione è un campo minato. Il vicepremier vive per parlare e parla per vivere, e soprattutto a sproposito. Il partito, poi, è una fiera dell'imbarazzo: senza Meloni galleggerebbe appena sopra lo sbarramento, ma con lei a mascherarlo può continuare  a produrre gaffe a ciclo continuo senza pagarne le conseguenze. Appena la presidente gira lo sguardo, ecco il braccio teso o la foto in divisa vintage che nessuna redazione estera fatica a riconoscere, a dimostrazione del fatto che ciò che i conservatori (come si definiscono i "patrioti di Fratelli d'Italia) vogliono conservare sono le vestigia del ventennio.

E con simili compagni di viaggio, come fai a costruire un'immagine autoritaria ma chic, rassicurante per Bruxelles e Washington? Gli stessi governi che ti perdonano un barcone affondato nel Mediterraneo non ti risparmiano se qualcuno nel tuo entourage sfoggia nostalgie nere o slogan da ventennio. Ogni "viva il Duce" gridato in sezione cancella in un attimo anni di maquillage democratico.

L'episodio degli aspiranti gerarchi in quel di Parma, esploso proprio mentre la destra meloniana tenta di ripulirsi dalla macchia dell'antisemitismo sfruttando la tragedia di Gaza, è stato un boomerang perfetto. Si prepara la grande riabilitazione internazionale, e i tuoi ti salutano con il braccio teso inneggiando cori e slogan al papà delle leggi razziali. Difficile non provare un briciolo di umana pietà per la leader.

Ma il problema non sono solo i ragazzotti di provincia. Quelle pulsioni affiorano anche nelle stanze del potere, tra viceministri col fetish per i cellulari della polizia e consigliere regionali che vedono terrorismo dietro ogni matrimonio misto. E mentre la figuraccia si ripete, chi dovrebbe metterci la faccia sparisce: i politici tacciono, in tv restano solo due giornalisti navigati a cantare la litania delle scuse.

Meloni, alla fine, si fida solo della sorella. Non per nepotismo, ma per disperazione: è l'unica in grado di tenere a bada un partito incontrollabile. Ma è solo un cerotto su una ferita aperta. Non puoi commissariare l'intera classe dirigente, non puoi sciogliere il partito, e non puoi zittire un alleato come Salvini, che ogni mattina si alza chiedendosi quale nuovo slogan possa rovinare l'agenda di governo.

E allora, che fare? Semplice: accentrare su di sé tutto: poteri, nomine, comunicazione, strategie... riducendo così il partito e gli alleati della coalizione a semplice fondale, al massimo a far da coro alla leader, ripetendone gli slogan.

Rischi di passare per autoritaria? Pazienza. La necessità conta più della democrazia. E se la virtù non c'è, si crea per decreto... ovviamente imposto d'ufficio da Giorgia Meloni.