Le fake news di Netanyahu smascherate dall'opposizione infiammano la Knesset
La seduta d'apertura della sessione invernale alla Knesset da rito istituzionale, si è trasformata in un ring. Da una parte Benjamin Netanyahu che, in tono apocalittico, giura di aver salvato il Paese da una catastrofe nucleare, dall'altra Yair Lapid e i leader dell'opposizione che gli ricordano che il primo ottobre 2023 è stato proprio lui, da premier, a essere al timone del Paese quando Hamas ha massacrato centinaia di civili — e che sul fronte iraniano la strategia non è stata esattamente prudente. Il tutto mentre in aula si rischiava che i parlamentari arrivassero a prendersi a sberle.
Netanyahu ha aperto la sua arringa con la promessa del «riporteremo a casa gli ostaggi fino all'ultimo» e con la lettura dei nomi dei sedici detenuti uccisi (da lui!!!) che sarebbero ancora a Gaza. Anche qui, il registro è stato teatrale e talvolta improvvisato: l'errore durante la lettura di un nome, corretto a viva voce dall'opposizione, ha trasformato un momento che avrebbe dovuto essere di commozione in un'altra miccia che ha ravvivato lo scontro politico.
La tesi centrale di Netanyahu, ripresa più volte, è netta: l'accordo di scambio attuale — restituzione degli "ostaggi" con l'IDF ancora operativo a Gaza e impegni di smilitarizzazione di Hamas — sarebbe stata possibile solo dopo l'ingresso massiccio dell'esercito israeliano a Gaza City, l'ultimo bastione di Hamas. Di più: chi, dentro e fuori la Knesset, aveva invocato la cessazione anticipata della guerra avrebbe consegnato Israele all'annientamento, «sareste saliti in cielo nel fumo nucleare», ha dichiarato il premier, infiammando la propria retorica bellica.
È una visione semplice e potente per chiunque pretenda di giustificare i propri crimini con la sicurezza: la guerra come prova d'esistenza, la fermezza come unica moralità. È però anche una narrativa che cerca di chiudere il conto morale e politico addossando ogni responsabilità dell'autunno 2023 unicamente all'opposizione — come se le scelte di governo, le politiche di sicurezza, gli avvertimenti non ascoltati e gli errori strategici non ci fossero stati in quello che è accaduto. Lapid non ha fatto sconti: «Chi era primo ministro il 7 ottobre?», ha chiesto a gran voce, ricordando che l'accumulo di potere iraniano e la crescita dell'arsenale di Hezbollah sono avvenuti mentre Netanyahu era alla guida del paese.
Ma la retorica di Netanyahu non si è fermata, rivendicando anche l'azione punitiva contro Hamas dopo la presunta violazione del cessate il fuoco a Rafah — 153 tonnellate di esplosivo, ha detto, contro decine di obiettivi, comandanti inclusi — e ha promesso che il secondo stadio del cessate il fuoco avrebbe portato all'eliminazione delle capacità militari e governative di Hamas. Parole di guerra miste a promesse di crescita economica: «inflazione in calo, shekel forte, disoccupazione al minimo», per dimostrare che lo Stato resiste nonostante la tempesta.
Ma il vero punto politico è questo: la narrativa di Netanhyahu del «noi o il disastro» è funzionale a due problemi in essere: consolidare la base interna e silenziare i dubbi con la paura; produrre uno scudo morale contro le accuse di incompetenza e fallimento.
È una strategia che polarizza: chi non applaude è sospetto, chi contesta è accusato di tradimento. Ed è esattamente il clima che alcuni leader dell'opposizione, e persino rappresentanti arabi come Ayman Odeh, stanno denunciando come un progetto politico a tutto campo — contro la democrazia, contro la popolazione araba e contro il diritto all'alternanza. Odeh ha chiamato l'opposizione a unire le forze per rovesciare il governo, denunciando tre obiettivi principali dell'esecutivo: escalation in Cisgiordania, golpe giudiziario e ostacolo alla partecipazione elettorale araba. La temperatura politica non è solo alta: è esplosiva.
La strategia di Netanyahu punta sulla narrativa della salvezza permanente per legittimare misure straordinarie e tagliare spazio all'autocritica. È una mossa politica che può avere risultati elettorali e diplomatici nel breve termine — attrarre alleanze regionali, impressionare partner come Washington — ma che non scioglie i nodi strutturali: sicurezza reale, responsabilità per gli errori, gestione dei rapporti con le minoranze interne e futuro politico dopo la guerra.
Se c'è una lezione che emerge chiara dal confronto in aula è questa: la retorica della paura funziona finché la società accetta di sacrificare la democrazia. Chiunque tenga alle libertà civili e al pluralismo deve oggi decidere se seguire la via comoda della fedeltà d'ufficio alla «sicurezza» o ricominciare a pretendere responsabilità, piani concreti e trasparenza. Perché la democrazia non si difende con proclami catastrofici: si difende con istituzioni solide, controllo reciproco e il coraggio di chiamare i governanti alle loro responsabilità — siano essi di destra o di sinistra.
La Casa Bianca è sempre più preoccupata che il premier israeliano Benjamin Netanyahu possa far fallire l'accordo di cessate il fuoco a Gaza. Lo ha riferito il New York Times, sottolineando che la strategia dell'amministrazione Trump è quella di cercare di impedirgli di riprendere un attacco su vasta scala contro Hamas. Per dissuaderlo, nella regione sono stati inviati il vice presidente JD Vance, l'inviato per il Medio Oriente Steve Witkoff e il genero del presidente, Jared Kushner.
Intanto, la Casa Bianca è sempre più preoccupata che il premier israeliano Benjamin Netanyahu possa far fallire l'accordo di cessate il fuoco a Gaza. Lo ha riferito il New York Times, sottolineando che la strategia dell'amministrazione Trump è quella di cercare di impedirgli di riprendere un attacco su vasta scala contro Hamas. Per dissuaderlo, nella regione sono stati inviati il vice presidente JD Vance, l'inviato per il Medio Oriente Steve Witkoff e il genero del presidente, Jared Kushner.