Così, questo venerdì, si è espresso il primo ministro Benjamin Netanyahu sul suo profilo social:

“Israele non resterà in silenzio di fronte a coloro che ci attaccano. La Spagna ha diffamato i nostri eroi, i soldati delle Forze di Difesa Israeliane, i soldati dell'esercito più morale del mondo.
Pertanto, oggi ho dato istruzioni di allontanare i rappresentanti spagnoli dal centro di coordinamento di Kiryat Gat, dopo che la Spagna ha ripetutamente scelto di schierarsi contro Israele.
Coloro che attaccano lo Stato di Israele invece dei regimi terroristici non saranno nostri partner per quanto riguarda il futuro della regione.
Non sono disposto a tollerare questa ipocrisia e ostilità. Non intendo permettere a nessun paese di intraprendere una guerra diplomatica contro di noi senza pagarne immediatamente il prezzo”. 

L'ennesima escalation non arriva dal fronte militare, ma da quello diplomatico. E il tono, ancora una volta, è quello dello scontro frontale. Il governo israeliano ha deciso di alzare il livello della tensione con la Spagna, accusando Madrid di condurre una “guerra diplomatica” contro lo Stato ebraico e minacciando apertamente che ne “pagherà un prezzo”.

Parole pesanti, pronunciate nel videomessaggio sopra riportato del premier israeliano, che segnano un ulteriore deterioramento dei rapporti con il governo di Pedro Sánchez. Ma dietro la retorica muscolare si intravede una strategia ormai consolidata da parte dello Stato ebraico: trasformare ogni critica internazionale in un attacco politico per giustificare i propri crimini con la necessità di una supposta sicurezza che in realtà equivale al progetto sionista di occupare il territorio della Palestina dal fiume Giordano al mar Mediterraneo... oltre al sud del Libano e della Siria!   [vedi nota a pie' di pagina...]

Il perché di questa iniziativa è molto semplice: solo la Spagna ha finora avuto il coraggio di dichiarare che è necessario iniziare ad agire diplomaticamente contro i crimini dello Stato ebraico di Israele... di cui altrimenti la comunità internazionale continuerà a farsi complice. A Gaza si registra un ulteriore restringimento nell'arrivo dei già miseri aiuti umanitari. 

In pratica, gli ebrei israeliani di oggi sono identici ai mnazisti del passato... e tale evidenza dimostrata da decine di migliaia di morti civili e da villaggi e città rasi al suolo non può esser detta, perché a commettere tagli efferati crimini sono "ebrei". Ma scherziamo?

Il gesto più concreto di questa offensiva diplomatica è stato l'ordine di espellere i rappresentanti spagnoli dal Centro di Coordinamento Civile e Militare (CMCC), organismo multinazionale incaricato di monitorare il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza.

Una decisione che appare tutt'altro che di poco conto. Il CMCC, con sede a Kiryat Gat, è una struttura operativa che coinvolge una ventina di Paesi, sotto supervisione statunitense e israeliana, con l'obiettivo di garantire stabilità e flussi umanitari. Escludere uno Stato membro dell'Unione Europea non è una semplice scelta tecnica: è un segnale politico, chiaro e deliberato.

Il messaggio di Netanyahu è inequivocabile: chi critica Israele non è più un interlocutore, ma un nemico da isolare.

Le dichiarazioni del ministro degli Esteri Gideon Saar e del ministro Amichai Chikli rafforzano questa linea. La Spagna viene accusata di “ossessione antisraeliana”, di “pregiudizio” e perfino di allineamento con Iran, Hamas e Hezbollah.

Un'escalation verbale che sfocia nell'insulto personale – Sánchez definito “un completo e assoluto nessuno” – e che segna un livello di degrado diplomatico raramente visto tra Paesi “teoricamente” alleati.

Non è solo propaganda: è una precisa scelta politica. Netanyahu continua a costruire una narrazione in cui Israele sarebbe circondato da ostilità e tradimenti, anche quando le critiche arrivano da partner storici e istituzioni occidentali.

Madrid, nei confronti dello Stato ebraico, mantiene una linea che si richiama apertamente al diritto internazionale. Il premier Sánchez ha ribadito la richiesta all'Unione Europea di sospendere l'accordo di associazione con Israele, denunciando “violazioni flagranti del diritto umanitario”.

Una posizione condivisa, almeno in parte, da altri attori europei, ma che Israele ha deciso di trasformare in un casus belli diplomatico.

Il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha respinto le accuse come “assurde e calunniose”, sottolineando che la Spagna ha sostenuto tutte le sanzioni europee contro l'Iran. Ma soprattutto ha accusato Israele di voler sabotare i negoziati tra Stati Uniti e Iran, proprio mentre si tenta di costruire una fragile tregua.

Il punto centrale resta uno: Netanyahu sembra sempre meno interessato al confronto diplomatico e sempre più incline allo scontro permanente. Ogni critica diventa un attacco, ogni dissenso una minaccia.

In questo quadro, l'espulsione della Spagna dal CMCC appare come un tassello di una strategia più ampia: ridurre gli spazi di mediazione, polarizzare il confronto internazionale e rafforzare una logica di blocchi contrapposti.

Ma è una strategia rischiosa. Perché isolare partner europei e delegittimare interlocutori internazionali significa indebolire proprio quei meccanismi multilaterali che servono a contenere le crisi.

La domanda, a questo punto, è inevitabile: quella di Netanyahu è ancora diplomazia o è ormai pura intimidazione politica?

Quando un governo risponde alle critiche con espulsioni, minacce e insulti, il confine viene superato. E il rischio è che lo scontro, oggi diplomatico, finisca per alimentare ulteriormente tensioni già esplosive sul piano militare.

Nel pieno di una crisi regionale che coinvolge Gaza, Libano e Iran, l'ultima cosa di cui ci sarebbe bisogno è un'altra guerra. Anche se, per ora, è “solo” una guerra di parole.



[nota a pie' di pagina...] 
L’organizzazione israeliana per i diritti umani “B’Tselem” ha attaccato le dichiarazioni del ministro delle Finanze di estrema destra Bezalel Smotrich, che ha chiesto l’espansione dei confini di Israele fino a includere vaste aree di Libano, Siria e Palestina, definendole una rivelazione esplicita della politica di distruzione perseguita dal governo israeliano.
In una nota diffusa oggi, venerdì 10 aprile, l’organizzazione ha affermato che tali dichiarazioni dimostrano come quanto sta accadendo a Gaza, descritto come genocidio, e in Cisgiordania, indicato come pulizia etnica, faccia parte di una visione complessiva che punta ora all’occupazione del sud del Libano e alla diffusione delle uccisioni nella regione. B’Tselem ha inoltre attribuito alla comunità internazionale una responsabilità diretta, accusandola di garantire a Israele una continua impunità.
Smotrich, membro del “gabinetto” israeliano, aveva dichiarato durante l’inaugurazione di un avamposto coloniale in Cisgiordania che i suoi piani mirano ad ampliare i confini israeliani fino al fiume Litani in Libano, ad annettere il Monte Hermon e aree cuscinetto in Siria, oltre a imporre il pieno controllo sulla Cisgiordania per eliminare ogni possibilità di creazione di uno Stato palestinese.
Queste dichiarazioni giungono in un momento in cui la regione vive una tensione militare senza precedenti, riflettendo gli obiettivi espansionistici che l’ala dell’estrema destra israeliana cerca di imporre come nuova realtà sulla mappa geopolitica del Medio Oriente.