Politica

Quando la violenza oscura il dissenso: una storia che si ripete

I fatti di Askatasuna, a Torino, non possono essere ridotti a una semplice questione di ordine pubblico. I numeri raccontano una realtà diversa: migliaia di persone hanno manifestato pacificamente, ma l’immagine pubblica della piazza è stata sequestrata dall’azione di pochi violenti. Così il messaggio si perde, le ragioni svaniscono, e resta solo il rumore degli scontri. È in questo scarto tra realtà e narrazione che nasce un dubbio legittimo.

Non è un meccanismo nuovo. Negli anni di piombo la violenza finì per schiacciare ogni spazio di conflitto sociale, trascinando il Paese in una spirale in cui repressione e radicalizzazione si rafforzavano a vicenda. Decenni dopo, al G8 di Genova, sotto il governo di Silvio Berlusconi, una mobilitazione enorme e in gran parte pacifica venne raccontata quasi esclusivamente come un’emergenza di sicurezza. In quel contesto rimane una ferita indelebile il massacro della Caserma Diaz, che mostrò come, quando il dissenso viene trattato come una minaccia, anche lo Stato possa oltrepassare limiti gravissimi.

A rendere il quadro ancora più problematico è il doppio standard evidente nel trattamento delle realtà politiche. Da anni si assiste alla chiusura sistematica dei centri sociali di sinistra, giustificata in nome della legalità e dell’ordine pubblico. Allo stesso tempo, però, una realtà come CasaPound continua a operare senza ostacoli, nonostante un elemento difficilmente contestabile: la sua sede principale storica è essa stessa un’occupazione. Un fatto che stride con la retorica della “tolleranza zero” e che rende ancora più difficile sostenere che il metro di giudizio sia davvero uguale per tutti.

Se l’occupazione è illegale, lo è sempre. Se la violenza delegittima, dovrebbe delegittimare chiunque. Invece emerge l’impressione che il problema non sia il rispetto delle regole, ma chi le infrange e da quale parte politica provenga. Così il dissenso viene selettivamente colpito, mentre altre realtà vengono tollerate o normalizzate.

Alla fine la domanda resta, semplice e scomoda: cui prodest? A chi conviene che una protesta di massa venga ridotta alla violenza di pochi e che la risposta sia sempre più repressione, applicata in modo diseguale? Di certo non a chi manifesta pacificamente, né a una democrazia che dovrebbe reggersi sul confronto. La speranza è che non si torni al clima degli anni di piombo, quando l’emergenza divenne sistema e la paura prese il posto della politica. Perché la storia insegna che quando il dissenso viene soffocato, a perdere non è una parte soltanto, ma l’intero Paese.

Autore Stampa Italiana - News e Società
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