Salute

Il medico di famiglia resiste a tutto... anche alle riforme del governo


Nel pieno della corsa alle Case di comunità, ai grandi annunci sulla sanità territoriale e alle riforme presentate come rivoluzionarie a ogni conferenza stampa, c’è una figura che continua a reggere, spesso in silenzio, il peso reale dell’assistenza sanitaria italiana: il medico di famiglia.

A ricordarlo è stata la Fondazione Enpam in occasione della Giornata mondiale del medico di famiglia celebrata il 19 maggio, con un messaggio che suona quasi come un richiamo alla realtà dopo anni di slogan, decreti e rendering patinati di strutture “di prossimità” che, sulla carta, dovrebbero rivoluzionare il Servizio sanitario nazionale.

Perché mentre la politica continua a discutere di hub, centrali operative, algoritmi organizzativi e “nuovi modelli assistenziali”, milioni di italiani continuano a fare esattamente la stessa cosa: chiamare il proprio medico di famiglia quando hanno un problema serio, una febbre improvvisa, una terapia da seguire o semplicemente bisogno di qualcuno che conosca davvero la loro storia clinica.

Secondo il presidente dell’Enpam, Alberto Oliveti, il medico di famiglia “non è soltanto chi prescrive cure o visite”, ma il professionista che garantisce continuità assistenziale e conosce concretamente i bisogni delle persone grazie a un rapporto fiduciario costruito nel tempo.

Una definizione quasi rivoluzionaria, in un’epoca in cui parte della macchina burocratica sembra considerare il medico di medicina generale più come un ingranaggio amministrativo che come il pilastro umano della sanità territoriale.

Eppure è proprio questo il nodo centrale. Il medico di famiglia non è semplicemente un compilatore di ricette elettroniche o il terminale periferico del sistema sanitario. È spesso il primo filtro che evita accessi inutili ai pronto soccorso, il professionista che intercetta precocemente patologie croniche, il punto di riferimento delle persone anziane, fragili e sole. In molte aree del Paese è anche l’unico presidio sanitario realmente accessibile nel quotidiano.

Il problema è che il sistema sembra essersene ricordato tardi. Molto tardi.

Negli ultimi anni il Servizio sanitario nazionale ha perso migliaia di medici di famiglia a causa dei pensionamenti, mentre le nuove generazioni guardano alla medicina generale con crescente diffidenza. Carichi burocratici enormi, responsabilità crescenti, aggressioni verbali e fisiche, compensi percepiti come insufficienti rispetto al lavoro svolto e un’organizzazione spesso caotica hanno reso la professione molto meno attrattiva rispetto al passato.

Nel frattempo, la politica sanitaria continua a oscillare tra due estremi: da un lato celebra il medico di famiglia come “centrale” e “insostituibile”, dall’altro produce riforme che rischiano di svuotarne progressivamente l’autonomia professionale.

Oliveti lo dice in modo diplomatico, ma il messaggio è chiarissimo: “Senza una medicina generale forte il Servizio sanitario perde efficacia”. Tradotto dal linguaggio istituzionale: si possono inaugurare tutte le Case di comunità che si vogliono, ma se dentro mancano i medici o se il rapporto fiduciario con il paziente viene demolito da modelli troppo burocratici, il sistema semplicemente non regge.

E qui emerge una delle grandi contraddizioni della sanità italiana contemporanea.

Da mesi si moltiplicano tavoli tecnici, proposte di riforma e discussioni sull’eventuale dipendenza dei medici di famiglia dal Servizio sanitario nazionale. Ogni governo promette di “rafforzare il territorio”, salvo poi scontrarsi con la realtà: senza professionisti sufficienti, qualsiasi riforma rischia di trasformarsi nell’ennesima scatola vuota.

Perché il territorio non si costruisce con i cartelli inaugurali o con le slide ministeriali. Si costruisce con medici presenti, motivati e messi nelle condizioni di lavorare bene.

L’Enpam insiste proprio su questo punto: rendere la professione nuovamente attrattiva per i giovani. Una questione tutt’altro che secondaria. In molte regioni italiane i bandi per la medicina generale faticano a riempirsi, mentre intere aree interne rischiano di restare senza assistenza stabile.

Il paradosso è evidente. Nel momento storico in cui l’Italia ha una popolazione sempre più anziana, cronica e bisognosa di cure territoriali continue, la figura che dovrebbe essere al centro del sistema fatica a trovare ricambio.

Eppure, nonostante tutto, il medico di famiglia continua a essere il punto di equilibrio dell’intero sistema sanitario. Anche quando il sistema stesso sembra dimenticarsene.

Per milioni di cittadini il medico di base resta la persona che risponde al telefono dopo una dimissione ospedaliera confusa, che spiega terapie incomprensibili scritte in linguaggio tecnico, che segue pazienti cronici per anni e che spesso supplisce alle carenze organizzative di una sanità pubblica sempre più affaticata.

In sostanza, il medico di famiglia continua a fare da argine quotidiano al rischio di collasso del territorio sanitario italiano. E forse è proprio questo il dato più ironico della vicenda: mentre la politica discute continuamente di “rifondare” la sanità territoriale, la sanità territoriale continua a sopravvivere grazie a una figura che esiste da decenni e che molti governi hanno dato per superata almeno una volta ogni legislatura.

Salvo poi accorgersi, puntualmente, che senza di lui il sistema si inceppa nel giro di pochi giorni.

Autore Vincenzo Petrosino
Categoria Salute
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