È stata una giornata di piazza, di corpi, di rabbia organizzata e di medentro i confini nazionali. Da Roma a Londra, fino agli Stati Uniti, il filo che ha unito le manifestazioni del fine settimana è stato uno solo: il rifiuto dell’autoritarismo, della guerra come orizzonte permanente e di una politica che prova a trasformare paura, precarietà e insicurezza in strumenti di comando.

Nella capitale italiana, il corteo No Kings ha mostrato che il dissenso sociale e politico contro il governo Meloni non solo esiste, ma ha ricominciato a occupare spazio pubblico in modo massiccio. La lunga marcia che ha attraversato Roma non è stata soltanto una manifestazione partecipata. È stata anche un passaggio politico, il segno visibile di una frattura sempre più profonda fra la destra di governo e pezzi rilevanti della società che quella stessa destra pensava di avere neutralizzato o assorbito.

Guardandolo da fuori, qualcuno avrà visto solo un fiume di persone, una marea che dal centro si è spinta fino agli snodi della tangenziale, rilanciando una pratica di conflitto che in questi mesi era sembrata più difficile da tenere insieme. Ma dentro quella stessa manifestazione si è colto qualcosa di più: una doppia dinamica, quasi due cortei nello stesso corteo.

La prima fase è stata quella della resistenza compatta, della tenuta, della risposta difensiva davanti a un inverno segnato dall’avanzata sovranista, dalle strette repressive e da un clima politico sempre più pesante. Poi, a un certo punto, la piazza ha cambiato tono. Si è alleggerita senza perdere radicalità. Ha preso coscienza della propria forza, del proprio numero, della propria composizione sociale e generazionale. È in quel passaggio che il corteo ha smesso di essere  opposizione ed è sembrato trasformarsi in un segnale d’offensiva.

Da piazza Santa Maria Maggiore verso via Merulana, e poi nel lungo scorrere fino a San Giovanni e oltre, si è vista una manifestazione che ha iniziato a leggere sé stessa non come episodio isolato, ma come parte di una fase nuova. Una fase in cui la sconfitta delle destre al referendum sulla giustizia viene percepita da molti come un primo varco politico, da riversare immediatamente nella mobilitazione sociale.

Quando il corteo ha raggiunto la tangenziale e gli snodi bloccati, il richiamo è stato netto: riportare in piazza un conflitto capace di collegare temi diversi e battaglie finora spesso separate:  lavoro, welfare, repressione, guerra, Palestina, diritti, spesa militare, transizione industriale... tutti tasselli di uno stesso discorso: non si può più separare la questione democratica dalla questione sociale.

Dal camion di testa sono arrivate parole che hanno provato a dare una forma politica a questo sentimento diffuso. L’idea che i ricchi stiano speculando persino sulle guerre e sulle rivoluzioni tecnologiche, e che la risposta non possa essere soltanto morale ma debba diventare materiale, concreta, organizzata. La manifestazione ha detto soprattutto questo: che l’uscita dalla crisi non passa per l’adattamento, ma per la capacità di contendere potere a chi sposta capitali, detta l’agenda e trasforma ogni emergenza in occasione di profitto.

Non era una piazza semplice. Non era una piazza pacificata. Arrivava da settimane segnate da tensioni, dalla polemica sulla rappresaglia contro Ilaria Salis, dai controlli sui pullman giunti da tutta Italia, dalle perquisizioni, dal doppio binario istituzionale fra aperture formali e minacce securitarie. Eppure proprio questo contesto ha finito per rafforzare il senso politico della giornata. Il messaggio passato è stato chiaro: la pressione repressiva non ha fermato la partecipazione.

Dentro il corteo c’erano mondi diversi. Gli studenti e i centri sociali, la Cgil, i Cobas, Adl, l’Arci, Non Una di Meno, lo striscione “Insorgiamo” della ex Gkn, le reti solidali legate alla Global Sumud Flotilla, insieme ai partiti arrivati in coda, con Alleanza Verdi e Sinistra, delegazioni del Pd, del M5S e Rifondazione. Una composizione larga, non priva di differenze, ma unita dall’idea che la fase imponga di tenere insieme le lotte e non di separarle.

Anche la richiesta di dimissioni di Giorgia Meloni, che fino a poco tempo fa sembrava una parola d’ordine lontana, è entrata ormai stabilmente nel lessico della piazza. Non come gesto propagandistico, ma come approdo politico di una convinzione che si va facendo strada: la luna di miele della premier con il Paese si è incrinata. Tuttavia la stessa piazza sa che non basta invocare un passo indietro. Serve costruire un’alternativa lunga, tenace, capace di mettere insieme movimenti e forze politiche senza soffocare il protagonismo sociale.

Per questo uno degli appuntamenti indicati come decisivi è la manifestazione europea contro il riarmo, “Welfare not Warfare”, convocata a Bruxelles per il 14 giugno, dentro una campagna continentale che contesta la militarizzazione dell’economia europea e l’idea che la risposta alle crisi debba essere una riconversione bellica dell’industria.

Ma il dato forse più significativo è che Roma non è stata un fatto isolato.

A Londra, decine di migliaia di persone hanno riempito il centro della città nella grande marcia anti-estrema destra organizzata dalla Together Alliance. Gli organizzatori hanno parlato di 500 mila presenze, mentre la Metropolitan Police ha stimato circa 50 mila partecipanti, confermando comunque una mobilitazione di massa. Il corteo è nato in risposta alla crescita delle destre radicali e alle campagne anti-immigrazione, in un Paese dove il tema è tornato centrale anche per l’avanzata politica di Reform UK. La polizia ha riferito di arresti durante la giornata e di tensioni legate a gruppi di contromanifestanti e ad altre proteste parallele.

Anche qui il punto politico è stato netto: la risposta alla destra non passa solo per i partiti, ma per una mobilitazione popolare che ricuce sindacati, associazioni, comunità migranti, mondo della cultura e movimenti. Gli slogan contro il razzismo, contro le bugie sull’immigrazione e contro la politica della divisione hanno mostrato che la piazza britannica sta cercando di fare argine non solo a un leader o a una sigla, ma a un clima politico che normalizza esclusione e discriminazione.

E poi ci sono gli Stati Uniti, dove il movimento No Kings ha vissuto la sua terza grande ondata nazionale. Secondo Reuters, erano previsti oltre 3.200 eventi in tutti i 50 Stati, con una crescita marcata anche nei centri minori e nelle aree suburbane e rurali. Le proteste hanno preso di mira la stretta sulle deportazioni voluta da Donald Trump, la guerra contro l’Iran, la repressione migratoria e più in generale una deriva autoritaria che una parte crescente del Paese legge ormai come una minaccia diretta alla democrazia americana.

A Saint Paul, in Minnesota, si è tenuta una delle manifestazioni simbolo, con l’intervento del governatore Tim Walz e di Bernie Sanders. A New York la protesta ha riempito Midtown Manhattan per oltre dieci isolati, con Robert De Niro che ha accusato Trump di rappresentare una minaccia esistenziale per libertà e sicurezza. A Dallas si sono registrate tensioni con gruppi di contromanifestanti; a Los Angeles le autorità hanno riferito arresti e scontri attorno a edifici federali. Il movimento, nato nel 2025, punta ora apertamente alle elezioni di metà mandato di novembre 2026, nella convinzione che la mobilitazione di piazza debba tradursi anche in una pressione elettorale e organizzativa sui territori. Reuters/Ipsos colloca intanto l’indice di approvazione di Trump al 36%, il livello più basso dal suo ritorno alla Casa Bianca.

È questo, forse, il dato più importante che lega Roma, Londra e l’America: il fatto che la protesta non si presenta più come un semplice riflesso difensivo, ma come il tentativo di costruire una nuova iniziativa politica dal basso. Le piazze dicono che il consenso alle destre non è più un blocco granitico. Dicono che il regime della guerra, della paura e del comando non ha smesso di colpire, ma non riesce più a imporsi come destino inevitabile.

Il nodo, adesso, è tutto qui: capire se questa energia saprà durare oltre la giornata, oltre i grandi numeri, oltre l’entusiasmo del momento. Se cioè il “No” espresso nelle urne, nelle strade e nei conflitti quotidiani riuscirà davvero a farsi progetto. A Roma lo hanno detto apertamente: il dato elettorale va riversato nelle piazze. Ma vale anche il contrario. Perché, oggi più che mai, sono le piazze a tentare di rimettere in moto la politica.