C’è un momento, nella storia delle parole, in cui il linguaggio smette di descrivere la realtà e comincia a manipolarla. È esattamente ciò che sta accadendo con il termine “remigrazione”, sempre più presente nel dibattito politico europeo e italiano. Un termine che, dietro un’apparente neutralità tecnica, nasconde un progetto ideologico preciso: rendere accettabile ciò che, fino a pochi anni fa, sarebbe stato definito senza esitazioni per quello che è — espulsione di massa, discriminazione, deportazione.

Non è la prima volta. Negli ultimi anni il lessico sull’immigrazione è stato progressivamente deformato: da “clandestino” a “respingimento”, da “emergenza migratoria” a “sicurezza”. Parole scelte non per chiarire, ma per orientare il giudizio, per costruire una narrazione. E “remigrazione” rappresenta oggi l’ultimo, più sofisticato tassello di questa strategia linguistica.

Dal punto di vista etimologico, il termine è semplice: deriva da “migrazione” con il prefisso latino re- che indica un ritorno. In teoria, significherebbe semplicemente “ritorno al paese d’origine”. Ma il punto non è la forma: è l’uso politico. Perché nella realtà contemporanea questa parola non descrive una scelta volontaria, bensì un progetto di espulsione forzata.

E qui cade la maschera.

Negli ambienti dell’estrema destra europea, “remigrazione” è diventata una parola d’ordine. Non indica il ritorno spontaneo di chi decide di rientrare nel proprio paese, ma un piano sistematico per allontanare milioni di persone: migranti, rifugiati, ma anche cittadini di seconda o terza generazione ritenuti “non assimilati”. Un criterio vago, arbitrario, pericolosamente simile a quelli già utilizzati nelle pagine più buie del Novecento.

Non è un caso che il termine abbia radici e utilizzi che affondano anche nel periodo fascista e nei linguaggi delle politiche etniche del passato. Né è un caso che oggi venga rilanciato da figure e movimenti che rivendicano apertamente visioni identitarie, nazionaliste, quando non esplicitamente suprematiste.

Il salto di qualità avviene quando questa parola esce dai circoli estremisti e arriva nel dibattito pubblico. Quando viene pronunciata in Parlamento, rilanciata sui social da esponenti politici, normalizzata nei talk show. È in quel momento che il linguaggio smette di essere solo propaganda e diventa pericoloso.

Perché le parole costruiscono realtà.

Dire “remigrazione” invece di “deportazione” non è una scelta neutra: è un’operazione di maquillage linguistico. È il tentativo di rendere digeribile una proposta che, se chiamata con il suo nome, susciterebbe un rifiuto immediato. È, in altre parole, un eufemismo costruito per nascondere la violenza.

E qui emerge con chiarezza la matrice ideologica: quella dell’estrema destra contemporanea, che recupera e aggiorna vecchi schemi — la purezza identitaria, la difesa dei confini, la gerarchia culturale — travestendoli da soluzioni pragmatiche. Ma dietro la retorica dell’ordine e della sicurezza si intravede sempre lo stesso impianto: la divisione tra “noi” e “loro”, tra chi appartiene e chi deve essere escluso.

È una visione del mondo che non solo è politicamente discutibile: è profondamente incompatibile con i principi democratici e con i diritti fondamentali. E proprio per questo ha bisogno di parole nuove, o meglio, di parole apparentemente innocue che possano nascondere la radicalità delle proposte.

“Remigrazione” è una di queste.

Definirla un termine neutro significa ignorare il contesto in cui nasce e si diffonde. Significa fingere di non vedere che viene utilizzata per giustificare politiche discriminatorie, che colpiscono persone non per ciò che fanno, ma per ciò che sono o per come vengono percepite. Significa, in ultima analisi, accettare che il linguaggio venga piegato a fini ideologici senza opporre resistenza.

E invece è proprio sul terreno delle parole che si gioca una parte decisiva della battaglia culturale.

Smontare termini come “remigrazione” non è un esercizio accademico: è un atto politico e civile. Significa restituire alle parole il loro significato reale, togliere il velo agli eufemismi, chiamare le cose con il loro nome. Perché una società che accetta di farsi ingannare dal linguaggio è una società già pronta ad accettare anche le conseguenze di quell’inganno.

E allora la questione è semplice, anche se scomoda: non si tratta di discutere se “remigrazione” sia una parola corretta o meno. Si tratta di capire se siamo disposti ad accettare il mondo che quella parola porta con sé.

Un mondo fatto di esclusione, di espulsioni di massa, di cittadini classificati in base alla loro origine o alla loro “integrazione”. Un mondo che l’Europa ha già conosciuto e che dovrebbe avere imparato, una volta per tutte, a rifiutare... quello dei facisti e dei nazisti!