Esteri

Trump rispolvera il maccartismo: la nuova crociata contro l'«Antifa» per trasformare gli avversari politici in nemici dello Stato

L'amministrazione di Donald Trump sembra aver scelto una strada che riporta gli Stati Uniti a uno dei capitoli più controversi della loro storia politica: quello del maccartismo.

A pochi mesi dalle elezioni di medio termine, la Casa Bianca sta costruendo una narrazione nella quale la principale minaccia alla sicurezza nazionale non sarebbe rappresentata dal terrorismo internazionale, ma da un presunto fronte globale dell'«estremismo di sinistra», una assurdità utile a consolidare il consenso dell'elettorato più radicale dei decerebrati elettori del movimento MAGA.

Secondo quanto riportato dal Washington Post, il segretario di Stato Marco Rubio ha invitato i ministri di circa sessanta Paesi a partecipare, il prossimo 16 luglio, a un summit dedicato alla cosiddetta "rinascita del terrorismo di estrema sinistra". Un'iniziativa che avrebbe suscitato forte perplessità tra diplomatici statunitensi, analisti indipendenti e numerosi alleati europei.

L'operazione politica appare ormai evidente. L'amministrazione Trump sta progressivamente trasformando l'antifascismo, tradizionalmente identificato come un orientamento politico e culturale, in una categoria assimilabile al terrorismo. Si tratta di un passaggio che richiama inevitabilmente la stagione della "caccia alle streghe" degli anni Cinquanta, quando il senatore Joseph McCarthy alimentò una vasta campagna contro presunti infiltrati comunisti nelle istituzioni americane, spesso sulla base di accuse prive di riscontri concreti.

Negli ultimi discorsi pronunciati il 3 e il 4 luglio, Trump ha infatti elevato la presunta "minaccia comunista" a fulcro della propria retorica politica, presentando la sinistra radicale come un nemico interno da combattere. Una scelta che ricorda da vicino la logica della quinta colonna, nella quale il dissenso politico viene progressivamente equiparato a una minaccia per la sicurezza nazionale.

Questa impostazione era già stata anticipata dall'ordine esecutivo NSPM-7, firmato lo scorso settembre, con il quale "Antifa" è stata inserita tra i gruppi definiti "antiamericani, anticristiani e anticapitalisti". Il provvedimento presenta però un elemento che molti giuristi considerano problematico: "Antifa" non costituisce infatti un'organizzazione formalmente esistente, dotata di una struttura centrale o di una leadership riconosciuta. L'etichetta identifica piuttosto una galassia estremamente eterogenea di collettivi e militanti antifascisti.

La conseguenza pratica, secondo i critici della misura, è quella di trasformare un orientamento politico in una categoria di sicurezza nazionale, rendendo potenzialmente perseguibile un insieme molto ampio di comportamenti e opinioni.

Parallelamente si registra un evidente irrigidimento della risposta giudiziaria nei confronti di diversi movimenti di protesta. In Texas nove attivisti contrari all'ICE sono stati condannati a pene comprese tra trenta e cento anni di carcere. A Minneapolis quindici manifestanti contrari alle politiche migratorie sono stati rinviati a giudizio, mentre diversi episodi di vandalismo, comprese scritte sui muri, sono stati contestati nell'ambito di procedimenti riconducibili al terrorismo.

Inoltre, alcuni militanti sarebbero finiti sotto osservazione non soltanto per le loro iniziative di protesta, ma anche per opinioni espresse sui social network. Dopo l'uccisione di Renee Good e Alex Pretti a Minneapolis, il funzionario del Dipartimento di Giustizia Aakash Singh avrebbe invitato i procuratori federali a perseguire manifestanti e osservatori "con tutto quello che avete", chiedendo anche di dare la massima visibilità mediatica alle condanne.

Il cosiddetto "teorema Antifa" è stato esteso anche ad altri episodi di cronaca, come l'uccisione di Charlie Kirk e l'attentato al banchetto dei corrispondenti di Washington, nonostante gli autori non risultassero avere evidenti collegamenti organizzativi con gruppi antifascisti.

Nel frattempo Washington tenta di esportare questa impostazione anche sul piano internazionale. Il Dipartimento di Stato avrebbe infatti chiesto a numerosi governi occidentali di condividere informazioni sui gruppi di estrema sinistra operanti nei rispettivi Paesi. Tra le realtà indicate figurano anche organizzazioni greche, la cosiddetta Federazione Anarchica Informale italiana e il gruppo tedesco Hammerbande, con il quale in passato è stata associata l'eurodeputata Ilaria Salis.

L'obiettivo dichiarato è costruire una cooperazione internazionale contro quella che la nuova strategia antiterrorismo americana definisce una minaccia globale. Questo rappresenta un'ulteriore degli aspetti più controversi dell'intera operazione: convincere gli alleati che il principale pericolo per la sicurezza occidentale non sia costituito dalle reti jihadiste o da altri fenomeni terroristici consolidati, bensì da una presunta internazionale della sinistra radicale.

A guidare questa campagna è Sebastian Gorka, nominato da Trump responsabile dell'antiterrorismo globale. Figura estremamente divisiva, Gorka è noto per le sue posizioni ultraconservatrici, il forte anticomunismo e i rapporti che gli sono stati attribuiti con ambienti nazifascisti ungheresi. Sotto la sua supervisione è stata elaborata la nuova "US Counterterrorism Strategy", documento che ridefinisce la gerarchia delle minacce per gli Stati Uniti.

Nel testo il terrorismo islamista perde centralità, mentre il narcotraffico sudamericano viene elevato a principale emergenza e l'"estremismo di sinistra" viene qualificato come una minaccia esistenziale, sullo stesso piano dello Stato Islamico e di al-Qaeda. Una scelta destinata a suscitare inevitabili polemiche per la distanza tra questa classificazione e quella adottata dalla gran parte delle agenzie di intelligence occidentali.

È lapalissiano che il vero terreno sul quale si gioca questa partita non è quello della sicurezza internazionale ma quello della politica interna americana. Trasformare il dissenso in un'emergenza nazionale consente infatti di ricompattare l'elettorato conservatore, formato notoriamente da idioti di cui è addirittura inimmaginabile misurarne il livello, polarizzare ulteriormente il confronto pubblico e presentare le prossime elezioni di medio termine come una sorta di referendum tra patrioti e "nemici interni".

È una strategia che ricorda da vicino il vecchio maccartismo: non tanto per la presenza di un reale complotto internazionale, quanto per il meccanismo politico utilizzato. Allora il nemico era il comunista infiltrato; oggi diventa l'"antifa", categoria estremamente vaga nella quale rischiano di confluire attivisti, movimenti sociali e, in alcuni casi, semplici oppositori politici.

Non sorprende quindi che, secondo il Washington Post, molti governi invitati al vertice del 16 luglio abbiano manifestato scarso entusiasmo e siano orientati a non inviare ministri o rappresentanti di alto livello. Non si sa ancora l'orientamento dei fascisti italiani della premier Meloni. Un segnale che evidenzia come la narrazione proposta dalla Casa Bianca non trovi automaticamente riscontro tra gli alleati storici degli Stati Uniti.

Emblematica, infine, la valutazione dell'esperto di antiterrorismo Tom Joscelyn, che in un'intervista al New York Times ha sintetizzato il nodo della questione: il rischio è che l'apparato nato per contrastare il terrorismo venga progressivamente riconvertito in uno strumento di repressione del dissenso politico interno. È proprio questo il punto che rende l'intera operazione particolarmente delicata per una democrazia liberale: quando il confine tra sicurezza nazionale e conflitto politico si assottiglia, il pericolo non è soltanto quello di una nuova polarizzazione, ma quello di trasformare l'avversario politico in un nemico dello Stato...  e il rischio che tutto questo possa sfociare in una guerra civile.

Autore Egidio Marinozzi
Categoria Esteri
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