La decisione degli Stati Uniti di vietare l'ingresso sul proprio territorio al presidente palestinese Mahmoud Abbas e ad alti funzionari dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP), impedendo loro di partecipare ai lavori dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre, ha scatenato una tempesta politica e legale di portata internazionale.
Secondo una nota ufficiale diffusa venerdì dal Dipartimento di Stato, il provvedimento prevede la revoca di tutti i visti rilasciati ai rappresentanti palestinesi prima del 31 luglio. Il segretario di Stato Marco Rubio ha giustificato la mossa sostenendo che l'OLP e l'ANP non rispettano le leggi statunitensi sugli impegni di pace, accusandoli di sostenere il terrorismo, promuovere l'antisemitismo e finanziare le famiglie degli autori di attacchi contro Israele.
Il documento sottolinea che il blocco non si applica alla missione palestinese presso l'ONU, ma impedisce di fatto al presidente Abbas di presentare davanti all'Assemblea Generale la dichiarazione di indipendenza palestinese che stava preparando. È la prima volta che gli Stati Uniti vietano a un'intera delegazione straniera di partecipare a un'assemblea ONU, creando una frattura netta con la prassi diplomatica consolidata.
Il problema principale è legale: l'Host Country Agreement del 1947 obbliga Washington, in quanto Stato ospitante, a garantire l'accesso a tutti i rappresentanti di Stati, osservatori e missioni invitate alle Nazioni Unite, indipendentemente da divergenze politiche o classificazioni interne. Impedire l'ingresso ai palestinesi rappresenta quindi una violazione chiara dell'accordo, oltre che dello stesso regolamento delle Nazioni Unite.
La contraddizione appare ancora più evidente alla luce della storia: nel 1974 gli Stati Uniti permisero a Yasser Arafat di recarsi a New York e pronunciare un discorso storico all'Assemblea Generale, nonostante l'OLP fosse considerata allora un'organizzazione terroristica da Washington. Lo stesso accadde con Fidel Castro nel 1960 e con leader iraniani o nordcoreani in piena Guerra Fredda.
Secondo analisti e giuristi, il divieto non solo mina la neutralità delle Nazioni Unite, ma apre la porta a scenari pericolosi: richieste concrete di spostare la sede dell'organizzazione in un altro Paese più rispettoso del diritto internazionale, come la Svizzera o l'Austria. Se l'ONU non può garantire accesso a tutti i membri e osservatori, perde la sua stessa ragion d'essere come piattaforma globale.
La vicenda evidenzia la sproporzionata influenza statunitense sull'ONU e la crescente politicizzazione delle regole internazionali. Più che una questione tecnica di visti, la decisione americana segna un salto di qualità nella pressione politica sul dossier palestinese. Per molti osservatori, si tratta di un precedente pericoloso che rischia di compromettere definitivamente la credibilità di New York come capitale diplomatica del mondo.
Infine, è ormai evidente che il criminale di Washington, Donald Trump, e la sua amministrazione (inutile citare il Congresso perché da anni è finanziato dallo Stato ebraico che detta a senatori e parlamentari l'agenda a supporto di Israele) ha dato in toto il via libera all'altro criminale di Tel Aviv, il premier dello Stato canaglia di Israele, Benjamin Netanyahu, per completare il genocidio in atto in Palestina, a cui farà seguito lo sfollamento di milioni di palestinesi.
Nonostante ciò, poiché a rendersi responsabili di crimini non inferiori a quelli commessi dai nazifasciti durante la seconda guerra mondiale sono degli ebrei, la comunità internazionale, comprese le comunità ebraiche internazionali, non faranno nulla per impedire lo sterminio in atto, pretendendo persino di accusare di antisemitismo la società civile che si rifiuta di essere complice di questo schifo... ormai indefinibile per la sua enormità.


