Mentre Washington e Teheran rivendicano entrambe una presunta “vittoria diplomatica” dopo l’accordo su una tregua di due settimane, la realtà sul terreno racconta tutt’altro: escalation, ambiguità e una popolazione civile lasciata ancora una volta senza protezione.
Nelle stesse ore in cui veniva annunciato il cessate il fuoco tra Stati Uniti, Iran e Israele, l’aviazione israeliana ha intensificato gli attacchi contro il Libano, colpendo senza preavviso aree densamente popolate di Beirut. Il bilancio fornito dalle autorità libanesi è drammatico: almeno 182 morti e centinaia di feriti, in quella che viene definita la giornata più sanguinosa dell’ultima fase del conflitto con Hezbollah.
Una contraddizione evidente emerge immediatamente. Mentre mediatori internazionali – tra cui il Pakistan – avevano indicato il Libano come parte integrante dell’accordo di tregua, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha smentito questa interpretazione, affermando che il cessate il fuoco non riguarda le operazioni contro Hezbollah. Una posizione ribadita anche dalla Casa Bianca, che ha escluso Beirut dal perimetro dell’intesa.
Di fatto, una tregua “a geometria variabile”, che consente a Israele di continuare le operazioni militari mentre si proclama una de-escalation regionale.
Civili sotto attacco e indignazione internazionale
Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha espresso “indignazione” per la devastazione provocata nei quartieri civili. Le strutture sanitarie libanesi sono al collasso, mentre la popolazione vive in uno stato di panico permanente.
“Le persone trattenevano il respiro sperando nella tregua, ma sono state travolte da una nuova ondata di attacchi mortali”, ha dichiarato la responsabile della delegazione in Libano, descrivendo una situazione in cui famiglie disperate cercano i propri cari tra macerie e ospedali sovraffollati.
È il volto più crudo di una guerra che continua a colpire indiscriminatamente, mentre le dichiarazioni ufficiali parlano di stabilità e negoziati. E la responsabilità continua ad essere del "morale" esercito del supposto "morale" Stato ebraico di Israele, quello che l'occidente democratico protegge con leggi che definiscono antisemitismo criticare uno Stato che, in base al diritto internazionale (umanitario) promuove apartheid e genocidio!
La crisi dello Stretto di Hormuz e il ruolo degli Stati Uniti
Parallelamente, la decisione dell’Iran di chiudere lo Stretto di Hormuz – snodo vitale per il traffico energetico globale – ha rappresentato una risposta diretta agli attacchi israeliani in Libano. Washington ha immediatamente chiesto la riapertura dello stretto, ignorando però il contesto che ha portato a questa escalation.
Ancora una volta, gli Stati Uniti si pongono come arbitro del conflitto, pur essendo parte attiva e responsabile delle sue dinamiche. Teheran accusa apertamente Washington di aver violato almeno tre delle condizioni poste per arrivare a un accordo, definendo il cessate il fuoco “irragionevole”.
Una posizione che, alla luce dei fatti, appare tutt’altro che infondata, visto che, mentre si negozia la pace, si continua a bombardare!
Macron e l’illusione di una tregua credibile
Il presidente francese Emmanuel Macron ha tentato di riportare il confronto su un piano diplomatico, chiedendo esplicitamente che il Libano venga incluso nell’accordo di cessate il fuoco. Senza questa condizione, ha sottolineato, qualsiasi tregua è destinata a fallire.
Macron ha ribadito la necessità di un accordo complessivo che affronti anche le questioni nucleari iraniane e la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, ma la sua posizione evidenzia soprattutto una verità scomoda: l’attuale intesa è fragile, incompleta e profondamente contraddittoria.
Una tregua già a rischio e una guerra senza coerenza
A poche ore dalla sua entrata in vigore, la tregua appare già compromessa. Missili e droni continuano a colpire l’Iran e gli Stati del Golfo, mentre Israele prosegue le operazioni in Libano. Le divergenze tra le parti sono troppo profonde perché l’accordo possa reggere senza una reale volontà politica.
E qui emerge il nodo centrale: la strategia di Stati Uniti e Israele appare sempre più incoerente, oscillando tra dichiarazioni di pace e azioni militari che vanno nella direzione opposta.
Netanyahu, la guerra e il calcolo politico
In questo contesto, l’attacco su Beirut e sul sud del Libano assume un significato che va oltre la dimensione militare. Si configura come una risposta politica interna del governo israeliano.
Il bombardamento massiccio di aree civili rappresenta infatti il tentativo del governo guidato da Netanyahu di soffocare le crescenti critiche delle opposizioni, che denunciano l’esclusione di Israele dal tavolo negoziale sul cessate il fuoco con l’Iran.
Una marginalizzazione diplomatica che, secondo i critici, certifica una sconfitta strategica: Tel Aviv non avrebbe raggiunto nessuno degli obiettivi dichiarati, né il cambio di regime a Teheran né lo stop al programma nucleare iraniano.
Di fronte a questo scenario, appare inevitabile la reazione di Teheran, che accusa gli Stati Uniti di aver violato il quadro dell’accordo e definisce il cessate il fuoco “irragionevole”. Una posizione che, al di là della retorica, trova una sua logica nei fatti: non può esistere tregua credibile quando una delle parti continua a bombardare.
La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: una guerra che non si ferma, una diplomazia svuotata di significato e una popolazione civile che continua a pagare il prezzo più alto.


