La possibilità di lavorare fino a 70 anni, introdotta in Italia con la manovra di bilancio e recenti normative (es. nel pubblico impiego e per i medici, addirittura, fino a 72 anni!), è un tema caldo che contrappone le necessità economiche alla biologia e alla salute dei lavoratori. Sebbene l'aspettativa di vita aumenti, avvicinandosi ai 74-75 anni, molti sottolineano come la capacità lavorativa non cresca di pari passo.


C’è un dato che dovrebbe precedere ogni discussione politica sull’età pensionabile: il corpo umano non è una variabile economica. Eppure il dibattito italiano sembra ignorarlo, mentre si prospetta un progressivo innalzamento dell’età di uscita dal lavoro ben oltre i 67 anni, fino a sfiorare i 70. Una soglia che, alla luce delle evidenze scientifiche e statistiche, appare sempre meno sostenibile.

La ricerca pubblicata nel 2025 sulla rivista "Cell" introduce un elemento difficilmente contestabile: l’invecchiamento non è lineare. Intorno ai 50 anni si verifica un vero e proprio punto di svolta biologico. Non si tratta di una percezione soggettiva, ma di un fenomeno misurabile: i tessuti e gli organi iniziano a deteriorarsi più rapidamente, con particolare vulnerabilità del sistema vascolare. Tra i 45 e i 55 anni avviene un “rimodellamento” profondo del corpo umano, che coinvolge cuore, aorta, pancreas, sistema immunitario.

Tradotto in termini concreti: quando il sistema previdenziale chiede a una persona di lavorare fino a 67 o 70 anni, lo fa ben oltre la soglia in cui il corpo entra in una fase accelerata di declino.

Non è solo una questione teorica. Gli stessi studi mostrano che con l’età aumentano le proteine associate a malattie gravi: cardiovascolari, epatiche, fibrosi, tumori. E gli esperimenti evidenziano un dato ancora più immediato: il calo della forza fisica, della resistenza, dell’equilibrio. In altre parole, proprio le capacità necessarie per lavorare iniziano a ridursi ben prima dei 60 anni.

A questo quadro biologico si affianca quello statistico, forse ancora più eloquente. Secondo l’Istat, nel 2024 la speranza di vita in Italia ha raggiunto gli 83,4 anni. Ma c’è un dettaglio decisivo: la speranza di vita in buona salute si ferma a 58,1 anni.

È questo il punto che ribalta la narrazione dominante. Non è vero che viviamo semplicemente più a lungo: viviamo più a lungo in condizioni peggiori. Ciò significa che milioni di persone trascorrono una parte significativa della loro vita con limitazioni fisiche, malattie croniche o fragilità.

In questo contesto, spingere l’età pensionabile verso i 70 anni equivale a chiedere ai cittadini di lavorare per oltre un decennio dopo la fine della loro vita “in buona salute”.

Il paradosso diventa ancora più evidente guardando ai dati sui 65 anni: gli uomini hanno davanti circa 20 anni di vita, ma solo poco più della metà senza limitazioni; le donne vivono di più, ma in condizioni peggiori. Dunque, alzare ulteriormente l’età pensionabile significa comprimere proprio quella fase della vita in cui si potrebbe ancora godere di una relativa autonomia.

Non solo. Il contesto sociale italiano rende questo scenario ancora più critico. Quasi il 10% della popolazione rinuncia alle cure per motivi economici. Crescono obesità, fumo, fragilità mentale. Sono segnali di un sistema che fatica a garantire salute diffusa e prevenzione efficace. In un Paese così, l’allungamento della vita lavorativa rischia di trasformarsi in un moltiplicatore di disuguaglianze: chi svolge lavori usuranti o ha meno accesso alle cure pagherà il prezzo più alto.

C’è poi una questione etica che non può essere elusa. Un sistema che alza progressivamente l’età pensionabile basandosi solo sull’aumento della longevità rischia di ignorare un fatto essenziale: non tutti quegli anni sono realmente vivibili. Se la qualità della vita non cresce insieme alla quantità, l’equilibrio si rompe.

Per questo la proposta di riportare l’età pensionabile a 65 anni non è una nostalgia del passato, ma una richiesta di riallineamento tra politica e realtà biologica e sociale. Significa riconoscere che esiste un limite fisiologico al lavoro. Significa restituire alle persone una fase della vita libera dal peso dell’attività lavorativa, quando ancora è possibile viverla con dignità.

La vera sfida, oggi, non è far lavorare di più, ma far vivere meglio. E un sistema previdenziale equo dovrebbe partire da qui: non dal numero degli anni che si possono teoricamente vivere, ma da quelli che si possono davvero vivere bene.