Per anni abbiamo associato il concetto di lavoro usurante alle miniere, alle fabbriche, ai cantieri: luoghi dove il corpo si piegava sotto il peso della fatica. Oggi quel paradigma non basta più. Il lavoro usurante ha cambiato volto: spesso non lascia mani sporche di carbone, ma occhi stanchi davanti a uno schermo; non spezza la schiena, ma logora la mente. È il lavoro dietro un computer, nelle corsie degli ospedali, negli uffici, nelle scuole, nelle case trasformate in uffici permanenti dallo smart working. È il lavoro della connessione continua, della reperibilità senza tregua, della performance imposta come unico metro di valore.

Eppure la politica sembra non accorgersene. O peggio: se ne accorge, ma sceglie di ignorarlo.

Invece di aprire una riflessione seria sulla qualità del lavoro e sulla sostenibilità della vita lavorativa, il dibattito pubblico continua a ruotare attorno a una sola ossessione: alzare l’età pensionabile. Non stabilizzarla a 65 anni, come chiederebbe il buon senso e come suggerirebbe il principio di dignità del lavoratore, ma spingerla sempre più avanti, oltre i 70 anni. Lo vediamo già, seppure su base volontaria, nel settore sanitario, dove ai medici ospedalieri si propone di restare in corsia fino a 72 anni, un’età che dovrebbe essere dedicata al riposo e alla trasmissione dell’esperienza, non alla sopravvivenza professionale.

La motivazione è nota: i conti pubblici. Ritardare il pagamento delle pensioni, ridurre il peso immediato della spesa sociale, tappare i buchi del bilancio dello Stato. Ma la domanda è inevitabile: fino a quando lavoratori dipendenti e pensionati dovranno essere il bancomat dello Stato? Si trovano risorse per ogni emergenza, per ogni bonus, per ogni prebenda. Ma quando si tratta di stipendi e pensioni, il mantra è sempre lo stesso: non ci sono soldi.

Intanto la società manda segnali sempre più evidenti di sofferenza. Un recente sondaggio dell’Università di Udine ci dice che il 47% degli italiani individua nello stress da lavoro la principale causa di disagio mentale quotidiano. Quasi un italiano su due. È un dato enorme, che dovrebbe scuotere il dibattito politico più di qualsiasi spread o indice di borsa. Subito dopo arriva il sovraccarico digitale: il 27% denuncia gli effetti negativi dell’iperconnessione. Viviamo connessi, ma sempre più scollegati da noi stessi.

La fotografia che emerge è quella di una società affaticata, schiacciata da ritmi disumani, dalla pressione della prestazione, dalla paura costante di non essere abbastanza. Come osserva il filosofo Eugenio Mazzarella, “la pressione performativa ci manda fuori asse”. È un’immagine potente: siamo fuori asse, individualmente e collettivamente. E quando una società perde il proprio equilibrio, il rischio non è solo economico: è umano, culturale, democratico.

La verità è che abbiamo costruito un modello che pretende produttività infinita da persone finite. Chiediamo agli individui di essere sempre efficienti, sempre presenti, sempre disponibili, ignorando che mente e corpo hanno limiti non negoziabili. E quando questi limiti si manifestano - con burnout, depressione, ansia, malattie - li trattiamo come fragilità individuali, anziché come il sintomo di un sistema malato.

Occorre cambiare prospettiva. Il lavoro non può essere una condanna a vita. La pensione non può diventare un miraggio. Il benessere non può essere relegato a un lusso per pochi. Servono politiche che mettano al centro la persona: salari dignitosi, diritto alla disconnessione, tutela della salute mentale, flessibilità vera, pensioni giuste. Non è assistenzialismo: è civiltà.

Una società matura non misura il proprio progresso da quanto riesce a spremere i suoi cittadini, ma da quanto è capace di proteggerli mentre costruiscono il futuro comune.

Forse il vero equilibrio, oggi, non è lavorare di più. È avere il coraggio di dire che così non si può più continuare. 

L’Italia è il Paese UE con l’età pensionabile più alta: 67 anni e 6 mesi. 

L’Italia è il Paese UE con gli stipendi & le pensioni più bassi.

Lavoriamo di più, guadagniamo di meno…

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