I titoli celebrano un presunto "ritorno della fiducia": i dati indicano un lieve aumento del clima di opinione dei consumatori (da 96,8 a 97,6) e dell'indicatore di fiducia delle imprese (da 93,7 a 94,3). Ma è nostro dovere dirlo chiaro: siamo di fronte all'ennesimo maquillage statistico. Mentre pochi indicatori segnano un progresso, la realtà quotidiana resta segnata da salari stagnanti, precarietà e servizi pubblici allo sbando.
Consumatori: fiducia in aumento, portafogli vuoti
I numeri parlano di aspettative personali in miglioramento: il clima personale passa da 96,0 a 97,0, quello futuro da 92,6 a 94,1. Ma cosa c'è dietro a questa "fiducia"? C'è la disperata speranza di chi, da troppo tempo, attende un cambiamento che non arriva. Il clima economico generale sale appena a 99,3, mentre il clima corrente raggiunge a malapena 100,2. Un decimale in più non riempie il frigorifero. Questi incrementi sono briciole spacciate per miracoli.
Il messaggio che ci viene venduto è chiaro: "la gente è più ottimista". Ma l'ottimismo non nasce da miglioramenti reali, bensì da aspettative: la possibilità di risparmiare, forse, la speranza di acquistare beni durevoli, un domani. Oggi, invece, si continua a sopravvivere tra mutui ingestibili e rincari energetici.
Imprese: industria e commercio in ripresa… ma i servizi calano
Sul fronte delle imprese, l'industria manifatturiera sale da 87,4 a 88,3, le costruzioni da 101,6 a 103,3, e il commercio al dettaglio decolla a 105,0. Apparentemente un trionfo. Ma questa ripresa si ferma alle porte dei servizi di mercato, dove la fiducia scende (da 95,6 a 95,0): ovvero il settore che assorbe la maggior parte dell'occupazione precaria, dei lavoratori a chiamata, delle partite IVA.
Le variabili migliorano nell'industria e nel commercio al dettaglio: bene. Ma nei servizi peggiorano i giudizi sugli ordini e sull'andamento degli affari, mentre aumentano solo le attese sugli ordini futuri. Attese, ancora una volta: si festeggiano non i fatti, ma le speranze.
Una narrazione tossica
Ci viene detto che "la fiducia cresce" e che ciò sarebbe un segnale positivo. In realtà, siamo di fronte a una narrazione che mira a tranquillizzare l'opinione pubblica mentre si prepara l'ennesimo giro di austerità. La fiducia cresce "per il secondo mese consecutivo"? Certo, quando le famiglie si aggrappano alla speranza di poter tornare a risparmiare o acquistare beni durevoli, significa che oggi non se lo possono permettere.
La verità
Il sistema ci chiede di accontentarci di indicatori simbolici mentre i fondamentali – salari, occupazione stabile, servizi sociali – restano fermi. Il capitale festeggia l'aumento di fiducia nel commercio al dettaglio, ma tacciono sul crollo nei servizi, dove si concentra la carne viva del lavoro povero. Si parla di miglioramento delle “valutazioni degli imprenditori”, non della vita dei cittadini.
Questi dati non sono lo specchio di una rinascita economica, ma di un popolo che nonostante tutto continua a sperare. È proprio questa speranza – fragile, manipolabile – che viene sfruttata per perpetuare il sistema.
Fiducia non significa giustizia. Fiducia non significa dignità. Il cambiamento reale non arriverà finché i numeri continueranno a contare più delle persone.
Fonte: Istat


