Dietro il rialzo dei tassi deciso l'11 giugno non c'è stata una semplice misura di prudenza. Dai verbali della riunione del Consiglio direttivo della Banca centrale europea del 10 e 11 giugno, pubblicati oggi, emerge il quadro di un'istituzione profondamente preoccupata che vede nella guerra in Medio Oriente un rischio capace di riaccendere un'inflazione persistente e di mettere nuovamente sotto pressione l'economia europea.
Il documento mostra una BCE molto più allarmata di quanto fosse apparso nel comunicato diffuso al termine della riunione e restituisce il dibattito di governatori convinti che lo shock energetico non possa più essere considerato un fenomeno temporaneo.
Il messaggio che attraversa l'intero verbale è chiaro: il conflitto ha ormai superato la fase dell'emergenza iniziale e sta producendo effetti destinati a propagarsi ben oltre il comparto energetico. Secondo il Consiglio direttivo, il rischio non riguarda soltanto il prezzo del petrolio, ma l'intera catena produttiva europea. È proprio questa convinzione ad aver portato all'aumento di 25 punti base dei tre tassi ufficiali della BCE.
Lo shock energetico non è più considerato temporaneo
Nelle settimane precedenti la riunione i mercati erano stati attraversati da due fenomeni opposti. Da una parte l'entusiasmo per gli investimenti legati all'intelligenza artificiale aveva sostenuto le Borse e l'appetito per il rischio. Dall'altra, la guerra in Medio Oriente continuava ad alimentare un clima di estrema incertezza, aggravato dalle difficoltà della navigazione nello Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi mondiali per il trasporto di petrolio.
Pur essendo sceso dai picchi registrati in primavera, il Brent si manteneva su livelli molto superiori a quelli precedenti allo scoppio del conflitto. Ancora più significativa, agli occhi della BCE, era però la dinamica dei contratti futures: i mercati continuavano infatti a prevedere prezzi dell'energia elevati anche negli anni successivi, segnale che lo shock non veniva più considerato di breve durata.
Il gas naturale rimaneva inoltre circa il 50% più caro rispetto al periodo precedente alla guerra. Una situazione che, secondo Francoforte, rischiava di continuare ad alimentare nuove pressioni inflazionistiche.
Non è solo il petrolio: aumentano carburanti, fertilizzanti e materie prime
Uno degli aspetti che emerge con maggiore forza dai verbali riguarda l'estensione dello shock. I governatori osservano infatti che gli aumenti non stanno interessando esclusivamente il greggio. I prezzi di benzina, gasolio e carburante per aerei risultano cresciuti molto più rapidamente del petrolio stesso. Anche fertilizzanti, prodotti chimici e materie plastiche registrano incrementi significativi.
Per la BCE questo rappresenta un passaggio fondamentale.
Quando aumentano i costi di queste componenti essenziali, l'intero sistema produttivo viene coinvolto. Le imprese pagano di più energia e materie prime, sostengono costi logistici più elevati e finiscono progressivamente per trasferire tali rincari sui prezzi finali pagati da famiglie e imprese.
È esattamente questo il meccanismo che il Consiglio direttivo teme maggiormente.
L'inflazione torna a salire
I dati analizzati durante la riunione mostrano come l'inflazione stesse già prendendo una direzione poco rassicurante. Nel mese di maggio l'inflazione complessiva dell'area euro era salita al 3,2%, dopo il 3% registrato ad aprile. Ma è soprattutto la composizione dell'aumento a preoccupare i governatori.
L'inflazione energetica rimane molto elevata. Quella dei servizi accelera fino al 3,5%.
Anche l'inflazione di fondo, cioè quella che esclude energia e alimentari e che viene osservata con particolare attenzione dalla BCE perché misura le pressioni interne all'economia, sale dal 2,2% al 2,5%.
Secondo il Consiglio direttivo questo è il segnale che il rincaro dell'energia non sta più restando confinato alle bollette o ai distributori di carburante, ma sta iniziando a diffondersi all'intero sistema economico.
Il timore più grande: gli effetti indiretti
Nei verbali ricorre continuamente una distinzione tra effetti diretti, effetti indiretti ed effetti di secondo livello. Gli effetti diretti sono quelli immediatamente visibili: aumenta il petrolio e salgono carburanti ed energia. Gli effetti indiretti rappresentano invece la vera fonte di preoccupazione.
Il maggiore costo dell'energia si trasferisce ai trasporti, all'industria, alla produzione alimentare, ai servizi, alla logistica e progressivamente a tutti i beni di consumo.
È proprio questo processo che, secondo numerosi membri del Consiglio direttivo, sta ormai diventando evidente.
Le pressioni sui prezzi non riguardano più soltanto il comparto energetico ma iniziano ad allargarsi a settori sempre più numerosi dell'economia.
Il rischio di una nuova spirale inflazionistica
La BCE sottolinea che, almeno per il momento, non esistono ancora prove di effetti di secondo livello attraverso i salari. I dati sulle retribuzioni continuano infatti a mostrare una crescita moderata. Ma i governatori avvertono che il rischio aumenta con il trascorrere del tempo.
Se lavoratori e imprese inizieranno ad aspettarsi un'inflazione stabilmente elevata, i dipendenti chiederanno aumenti salariali maggiori per recuperare il potere d'acquisto perduto, mentre le aziende continueranno ad aumentare i prezzi per compensare i maggiori costi.
È la classica spirale prezzi-salari che la BCE vuole evitare a ogni costo e che rappresenta uno degli incubi ricorrenti della politica monetaria europea.
I mercati, secondo alcuni governatori, stanno sottovalutando il pericolo
Uno dei passaggi più interessanti dei verbali riguarda il giudizio espresso da diversi membri del Consiglio direttivo sul comportamento dei mercati finanziari. Secondo vari governatori, gli investitori starebbero mostrando un eccessivo ottimismo. Le curve dei futures continuano infatti a ipotizzare una graduale discesa del prezzo del petrolio nei prossimi anni.
Ma, durante la discussione, diversi membri mettono apertamente in dubbio questa ipotesi.
La chiusura dello Stretto di Hormuz, l'esaurimento progressivo delle scorte mondiali, le difficoltà logistiche e il tempo necessario per ricostruire gli approvvigionamenti potrebbero infatti mantenere i prezzi dell'energia molto più elevati di quanto oggi incorporato nelle aspettative dei mercati.
In altre parole, una parte del Consiglio direttivo teme che gli operatori finanziari stiano sottovalutando la durata dello shock.
Crescita debole ma nessuna recessione
Parallelamente cresce la preoccupazione per la crescita economica. Le nuove proiezioni elaborate dagli economisti della BCE riducono infatti le stime sul PIL dell'area euro. La guerra pesa sulla fiducia di famiglie e imprese, riduce il potere d'acquisto e rallenta gli investimenti privati.
Nonostante ciò, la maggioranza dei governatori ritiene ancora improbabile uno scenario recessivo.
A sostenere l'economia dovrebbero contribuire diversi fattori: la solidità del mercato del lavoro, gli investimenti pubblici in infrastrutture e difesa, il ciclo degli investimenti collegati all'intelligenza artificiale e una situazione finanziaria complessivamente ancora robusta per banche, famiglie e imprese.
Tuttavia il tono dei verbali lascia trasparire una convinzione condivisa: la situazione resta estremamente fragile e qualsiasi nuovo peggioramento dello scenario geopolitico potrebbe modificare rapidamente il quadro economico.


