Donald Trump è sempre stato un maestro nell'arte della distrazione politica: negare, sviare, accusare. Ma questa volta, di fronte alle pressioni sul caso Epstein, nemmeno il suo collaudato arsenale di depistaggi sembra funzionare. La vicenda del finanziere accusato di abusi sessuali e morto in carcere nel 2019 continua a tormentare la Casa Bianca, soprattutto perché a chiedere chiarezza non sono i soliti oppositori, ma una fetta crescente della sua stessa base elettorale.

A differenza delle crisi passate — dalle indagini sul Russiagate agli impeachment — la rabbia attuale arriva da ambienti storicamente fedeli a Trump. È il caso di molti elettori conservatori che da anni sospettano che Epstein fosse al centro di una rete di protezione istituzionale per uomini potenti. Trump, che in passato ha sfruttato teorie del complotto come quella contro Obama accusato di non essere un cittadino statunitense, ora si trova intrappolato in una di esse... come bersaglio.

La strategia del presidente? Minimizzare, attaccare i giornalisti, cambiare argomento. In una recente conferenza stampa, ha dichiarato di "non avere nulla a che fare con il tizio", riferendosi a Epstein. Eppure, i documenti lo contraddicono: il suo nome compare eccome tra quelli legati al caso.

"Trump ha costruito un impero politico su una macchina di propaganda, ma adesso sta crollando sotto il peso delle sue stesse contraddizioni" ha detto Geoff Duncan, ex vicegovernatore repubblicano della Georgia e critico nei confronti di Trump. Il malcontento è palpabile anche tra figure vicine all'ex presidente, come la stratega Erin Maguire, che ammette: "Questa volta il controllo del messaggio gli sta sfuggendo".

Le teorie sul complotto Epstein, inizialmente cavalcate dalla destra, sono ora un boomerang che colpisce l'ex presidente. La Casa Bianca cerca di ridimensionare tutto come "fake news", ma il sospetto di un insabbiamento alimenta il fuoco, invece di spegnerlo. Un recente sondaggio Reuters/Ipsos rivela che la maggioranza degli americani ritiene che l'amministrazione Trump stia nascondendo informazioni sul caso.

Come da copione, Trump ha messo in scena una serie di diversivi: ha aggredito verbalmente giornalisti, ha rilanciato accuse infondate contro Obama, ha cercato scontri con la Federal Reserve, puntando il dito contro i tassi d'interesse. Alcuni strateghi, come Brad Todd, ritengono che puntare sull'economia sia più efficace che riesumare vecchie polemiche del 2016: "Meglio andare ogni giorno alla Fed che parlare di Obama", ha detto con non poco cinismo.

Eppure, questi espedienti non sembrano bastare. Anche i democratici, seppur in crisi dopo le ultime batoste elettorali, vedono nella debolezza di Trump un varco da sfruttare. Il senatore democratico Mark Warner ha denunciato su X il tentativo "disperato" della Casa Bianca di sviare l'attenzione dai file Epstein.

Nonostante tutto, Trump non è nuovo a situazioni critiche. Ha già superato scandali, accuse penali e due impeachment, e ha vinto comunque la rielezione. E una parte della sua base lo sostiene ancora, soprattutto sulle politiche migratorie e sull'economia.

Frank Luntz, noto sondaggista, sottolinea: "Siamo già stati su territori analoghi, e ogni volta ne è uscito indenne".

Ma c'è una differenza sostanziale stavolta: l'indignazione non viene solo dai media o dai democratici. Viene da chi, per anni, ha sostenuto Trump senza se e senza ma. E se nemmeno i suoi possono più ignorare la polvere sotto il tappeto, forse stavolta nemmeno il maestro della distrazione riuscirà a farla franca.

 
Fonte: Reuters