"Franz Kafka, Il Processo": Riflessioni sulla Modernità e il Teatro di Mario Gonzales
*_©Angelo Antonio Messina
Il PALCO è un luogo di incontro, una frontiera tra il reale e l’irreale, e nel panorama teatrale contemporaneo, poche opere riescono a cogliere con tale incisività le contraddizioni dell’essere umano e della società come "Il Processo", adattamento del capolavoro di Franz Kafka. La messa in scena proposta da Dopolavoro Stadera, con la regia di Mario Gonzales, riapre le porte del PACTA Salone con una produzione che non solo rivisita, ma rielabora in chiave contemporanea quella che è considerata una delle opere più significative della letteratura novecentesca.
L’ambientazione di "Il Processo" è spoglia, essenziale, eppure densa di significato. Il fondale bianco sul palco, un elemento quasi scarno, diventa metafora della vulnerabilità dell’individuo di fronte a un sistema opprimente. I personaggi, mascherati con cuoio di commedia dell’arte, portano con sé una tradizione secolare, reinterpretata in modo innovativo. Questo restyling permette di mantenere viva una forma di teatro popolare, rendendo il dramma kafkiano accessibile anche a chi poco conosce il grande autore praghese. Gonzales, attraverso le sue scelte sceniche e visive, propone un teatro che parla al cuore e alla mente, riflettendo le angosce moderne e l’alienazione quotidiana. La narrazione si focalizza su Josef K, un uomo apparentemente di successo, la cui vita viene stravolta dall’arresto senza accusa il giorno del suo trentesimo compleanno. Anche se il racconto di Kafka risale a un’epoca diversa, l’assurdità di un sistema giudiziario che opera senza logica e senza giustizia è sbalorditiva nella sua attualità. Il processo a Josef K diventa simbolo di un’incessante e ineluttabile discesa nell’incubo della burocrazia moderna, dove ogni tentativo di comprendere o di opporsi si scontra con un muro di indifferenza e conformismo.
Gonzales ha scelto di illuminare vari aspetti di questa opera, evidenziando il tema della colpa e del potere. L’idea che “la giustizia” non sia sinonimo di “verità”, ma piuttosto di “obbedienza” viene trattata con particolare sensibilità e determinazione. L’artista ci invita a riflettere sul nostro rapporto con le istituzioni, su come la società possa schiacciare l’individuo e sui frequenti dilemmi morali che ne derivano. Non è difficile vedere nelle dinamiche rappresentate sul palcoscenico i riflessi della nostra vita contemporanea: le pressioni sociali, le aspettative, il bisogno di conformità, tutto si intreccia in un linguaggio che, seppur ancorato a Kafka, parla direttamente al pubblico di oggi. Uno degli aspetti più coinvolgenti di questa produzione è l’assenza della quarta parete. Gli attori si rivolgono direttamente al pubblico, coinvolgendo gli spettatori in un dialogo incessante e intimo. Questa scelta narrativa crea una connessione profonda con il pubblico, trasformandolo in un testimone attivo di un processo che sembra non avere né giuria né giustificazione. L’insistenza su questo contatto diretto sottolinea quanto sia fondamentale, in un’epoca caratterizzata da distanze e separazioni, la connessione umana e la partecipazione diretta alla narrazione. Gli spettatori diventano parte integrante della storia, costretti a rileggere le proprie esperienze attraverso la lente distorta e grottesca del “processo”.
L’uso di maschere di cuoio, create da Renzo Sindoca, rappresenta un altro punto di forza della messa in scena. Queste maschere, emblematiche della commedia dell’arte, vengono decostruite e ridefinite, trasmettendo così il messaggio che le facce sociali che indossiamo quotidianamente sono spesso maschere di convenienza, strumenti per nascondere le nostre vere identità e vulnerabilità. In questo senso, la recitazione stessa assume un tono di disillusione, richiamando quel senso di alienazione che permea l’opera di Kafka: la perdita dell'individualità in un mondo che uniforma e omologa.
Le luci rimangono accese durante tutto lo spettacolo, enfatizzando l’assenza di fuga, il fatto che non possiamo semplicemente "spegnerci" per evitare la realtà. Allo stesso tempo, questo espediente sottolinea l’urgenza dell’ascolto e della presenza, richiamando l’attenzione sull’importanza del qui e ora. Il teatro, dunque, diventa uno specchio della società, un luogo di riflessione sulla condizione umana, invitando il pubblico a confrontarsi con le proprie verità più profonde. In aggiunta, il linguaggio utilizzato nella rappresentazione è semplice, accessibile, ma carico di significati. Ogni parola, ogni gesto, diventa un veicolo di emozioni, permettendo agli spettatori di immergersi completamente nella narrazione. Il ritmo incalzante e la varietà dei toni utilizzati dagli attori aiutano a mantenere alta l’attenzione, creando un’esperienza immersiva e coinvolgente.
“Il Processo”, sotto la direzione di Mario Gonzales, non si limita a raccontare la storia di Josef K, ma ci invita a interrogarci sulla nostra esistenza all’interno di un sistema complesso e talvolta opprimente. La scelta di affrontare temi così delicati con una visione fresca e provocatoria rende questa produzione fondamentale nel panorama teatrale contemporaneo. La bellezza di quest’opera sta nella sua capacità di ispirare domande e riflessioni, piuttosto che fornire risposte facili. La necessità di confrontarci con le nostre paure e le nostri incertezze emerge prepotentemente, consegnandoci il compito di vigilare su una società che, come quella descritta da Kafka, rischia di diventare sempre più distante e burocratica.
"Il Processo" di Dopolavoro Stadera è un’esperienza emotiva e intellettuale che risuona con forza nel contesto contemporaneo. La bravura di Gonzales nel reinterpretare Kafka, unendolo alla freschezza di un linguaggio contemporaneo e a scelte sceniche audaci, offre una visione nuova e provocatoria, capace di toccare le corde più sensibili degli spettatori. Questa produzione ci ricorda che la vera sfida non è tanto quella di sfuggire al sistema, ma di comprenderlo, interrogarlo e, in ultima analisi, trovare la nostra voce in un mondo che spesso cerca di sopprimerla.
La sezione della stagione NewClassic, dedicata ai grandi maestri, riapre le porte del PACTA Salone nel nuovo anno con IL PROCESSO, da Franz Kafka, dal 9 all’11 gennaio una produzione Dopolavoro Stadera con la regia di Mario Gonzales in prima nazionale.
Rassegna d’arte COLLATERAL
Il terzo capitolo della rassegna d’arte COLLATERAL curata da Elisabetta Longari, storica dell’arte, già docente di storia dell'arte contemporanea Accademia di Belle Arti di Brera, nello spazio espositivo di MOSTRE AL CUBO, ideato da Fulvio Michelazzi nel foyer del PACTA Salone, inizia il 9 gennaio 2026 (9 – 25 gen ’26) con l’esposizione delle tele di Andrea Mirabelli (Milano 1996).
Queste opere appartengono a un recentissimo ciclo (2024-25) dedicato ai cambiamenti repentini del potere e alla forza devastatrice del nuovo che distrugge e rimuove i simboli a esso collegati, un argomento di grande attualità affrontato da una serie pittorica che nello stile risente della resa dei media documentaristici e che ha per oggetto la rappresentazione delle Deposizioni di alcuni monumenti celebrativi. Questa mostra instaura un dialogo con lo spettacolo tratto Il processo da Kafka (in scena al PACTA Salone dal 9 all’11 gen ‘26) e lo spettacolo Arsi, ispirato all’interrogatorio subito da Giovanna d’Arco (in scena al PACTA Salone dal 22 al 25 gen ’26).
PACTA Salone
Dal 9 all’11 gennaio 2026 NewClassic
IL PROCESSO prima nazionale
liberamente tratto da “Il processo” di Franz Kafka
regia di Mario Gonzalez
di e con Domenico Nitti, Tommaso P. Pagliarini e Luigi Vittoria
maschere di Renzo Sindoca
produzione Dopolavoro Stadera
in residenza artistica presso Teatro la Cucina (Olinda Onlus)
Durata 70’
Foto: *_©Anna Minor
NewClassic
Chiuderà la sezione Pirandello con la ripresa dello spettacolo IL GIOCO DELLE PARTI (24 – 29 marzo), una produzione PACTA . dei Teatri con la regia e drammaturgia di Paolo Bignamini.
*_©Angelo Antonio Messina
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