Torino, la verità rovesciata: Piantedosi e il governo Meloni trasformano la repressione in virtù
C'è qualcosa di profondamente stonato, e pericoloso, nell'informativa alla Camera del ministro dell'Interno Matteo Piantedosi sugli scontri di Torino. Non è solo propaganda: è un'operazione politica. Una narrazione costruita con cura per trasformare un problema di ordine pubblico in una legittimazione preventiva di nuove misure repressive, e per usare la violenza come clava ideologica contro ogni forma di dissenso.
Il copione è sempre lo stesso: solidarietà rituale alle forze dell'ordine, elenco dettagliato delle violenze, costruzione del nemico interno, e infine la conclusione obbligata: servono più poteri, più strumenti, più repressione. Il tutto condito da una retorica bellica che parla di “eversione”, “strategia sovversiva”, “dinamiche terroristiche”, “guerra di liberazione”. Parole pesanti, usate con leggerezza, che servono solo a una cosa: spostare il confine del discorso pubblico.
Il governo Meloni e Piantedosi non stanno cercando di capire cosa è successo a Torino. Stanno usando cosa è successo aTorino. Stanno usando gli scontri per costruire quiesta narrazione: manifestare equivale a essere potenzialmente sovversivi, protestare equivale a minacciare lo Stato, dissentire equivale a essere un problema di sicurezza.
La semplificazione comoda
Nel racconto ministeriale tutto è ridotto a una dicotomia infantile: da una parte lo Stato buono, dall'altra i “facinorosi”. Nessuna complessità, nessuna distinzione reale, nessuna analisi politica. Solo un blocco unico: antagonismo, movimenti, centri sociali, ambientalisti, studenti, comunità, tutto fuso nello stesso nemico.
È una semplificazione di comodo. Perché se tutto è violenza organizzata, allora tutto può essere represso. Se tutto è eversione, allora ogni misura straordinaria diventa giustificabile. Se tutto è terrorismo potenziale, allora la democrazia può essere compressa “per difendere la democrazia”.
È il paradosso classico del potere: limitare le libertà in nome della libertà.
Dalla gestione dell'ordine pubblico alla gestione del dissenso
Il passaggio più grave dell'intervento odierno di Piantedosi non è la descrizione degli scontri. È la prospettiva politica che apre dopo.
Quando si parla di “fermo di polizia per soggetti potenzialmente pericolosi”, quando si evocano strumenti preventivi basati su “intenzioni e attitudini”, non siamo più nella gestione dell'ordine pubblico. Siamo nel controllo preventivo del dissenso.
Qui non si colpiscono i reati: si colpiscono le persone prima dei reati. Qui non si puniscono i fatti: si puniscono le intenzioni presunte. Qui non si governa la sicurezza: si costruisce un modello di Stato basato sul sospetto.
È una logica pericolosa, perché non ha confini chiari. Oggi tocca agli “antagonisti”. Domani a chi protesta in una fabbrica. Dopodomani a chi blocca una strada. Il confine si sposta sempre, e non torna mai indietro.
La criminalizzazione collettiva
Ancora più grave è l'attacco alla distinzione tra manifestanti violenti e manifestanti pacifici. Piantedosi la liquida come “ipocrisia”. È una scelta politica precisa: cancellare ogni distinzione per rendere tutti corresponsabili.
Se chi manifesta è automaticamente complice, se chi sfila è automaticamente scudo, se chi protesta è automaticamente colluso, allora il diritto di manifestare non esiste più come diritto.
Esiste solo come concessione revocabile.
L'uso politico della paura
Il governo Meloni non governa la sicurezza: governa la paura.
Torino viene trasformata in simbolo, in esempio, in monito. Non per risolvere i problemi, ma per costruire consenso. Perché la paura mobilita, la paura semplifica, la paura giustifica.
E mentre si parla di “ordine”, si prepara un pacchetto normativo che restringe spazi, diritti, garanzie. Mentre si parla di “legalità”, si sposta l'asse verso uno Stato sempre più muscolare. Mentre si parla di “democrazia”, si normalizza l'idea che la democrazia vada difesa comprimendola.
Il punto politico vero
La verità è semplice, e per questo viene nascosta: il problema non è Askatasuna, non è Torino, non è un corteo.
Il problema è che questo governo non distingue più tra conflitto sociale e criminalità. Non distingue tra dissenso e violenza. Non distingue tra protesta e sovversione.
E quando uno Stato smette di distinguere, smette di essere uno Stato di diritto e inizia a essere uno Stato di controllo.
Non serve giustificare le violenze per dirlo. Le violenze si condannano, punto. Ma la condanna non può diventare alibi politico per costruire un modello repressivo.
Piantedosi non sta difendendo la democrazia. Sta ridefinendo i confini della democrazia. E li sta spostando.
Questo è il vero nodo. Tutto il resto è retorica.