Leonardo Migliore e “L’onda più alta”: la poesia come approdo ontologico
Nel panorama della lirica contemporanea, sempre più frammentato tra sperimentalismi effimeri e autobiografismi esasperati, la poesia di Leonardo Migliore si distingue per una tensione rara: quella verso l’impersonale, inteso non come fuga dall’io, ma come suo compimento ultimo. È in questa direzione che si colloca L’onda più alta, testo con cui l’autore intende partecipare alla XI edizione (2026) del Concorso Internazionale di Poesia “Il Parnaso – Premio Angelo La Vecchia”, ideato e diretto dal prof. Calogero La Vecchia, appuntamento ormai centrale nel dialogo poetico internazionale.
Una voce già riconosciuta dal Parnaso
La presenza di Leonardo Migliore all’interno della storia del Concorso non è nuova né marginale. Già nella V edizione, in un contesto di altissimo livello con 350 poesie finaliste provenienti da 23 Paesi, all’autore fu conferito il Premio della Critica, insieme al diploma di merito. A ciò si aggiungono una menzione d’onore e la prestigiosa onorificenza di Arcade Maggiore della Universa Parnassia Canicattinensis – IAM Nova Arcadia, accademia storica che idealmente lo colloca accanto a figure che hanno segnato la letteratura siciliana e italiana, da Pirandello a Quasimodo, da Sciascia ad altri protagonisti del Novecento.
Questi riconoscimenti non rappresentano semplici attestazioni di valore, ma segnano la coerenza di un percorso poetico e intellettuale che trova oggi in L’onda più alta una maturazione ulteriore.
Tra scienza, fede e umanesimo
Nato e residente a Menfi, in provincia di Agrigento, Leonardo Migliore proviene da una formazione scientifica: dopo la maturità scientifica, si laurea in ingegneria microelettronica, maturando competenze da fisico elettronico. Tuttavia, è proprio questo rigore tecnico a convivere, senza contraddizione, con una profonda vocazione umanistica e spirituale, nutrita di scrittura, pittura e riflessione filosofica.
Le vicende biografiche, spesso segnate da difficoltà affettive e da un grave problema di salute, diventano per l’autore occasione di interiorizzazione e di approfondimento etico. Durante la convalescenza nasce il suo primo libro, Come infondere l’amore e la speranza nell’uomo del XXI secolo (Pluriversum, 2017), opera accolta con sorprendente attenzione critica e capace di anticipare temi che verranno successivamente sviluppati anche da figure di primo piano come Marco Guzzi e Luigina Mortari.
Questa sintesi tra fede e ragione, tra tecnica e ascolto dell’umano, costituisce il sottotesto costante anche della sua poesia.
“L’onda più alta”: oltre l’elegia, verso l’ontologia
L’onda più alta non è una semplice lirica paesaggistica, né un’elegia del tramonto. È piuttosto un atto di poesia ontologica, in cui il soggetto lirico accetta progressivamente la propria dissoluzione all’interno di un ordine più vasto. L’incipit — «Mi disfo a passi lenti sulla battigia» — stabilisce immediatamente il tono: non uno strappo, ma una rarefazione controllata dell’io, che si fa materia, memoria, sedimento.
Il mare non è più specchio emotivo, come nella tradizione romantica o simbolista, ma principio di reintegrazione. Le immagini minerali e marine — miche perlescenti, rubini, ammoniti — costruiscono una lingua in cui carne, tempo e dolore vengono trasmutati in forme elementari. Il sangue che stilla in gemme, l’anima che si riflette come rena nel mare, indicano una poetica della metamorfosi, dove la perdita coincide con una forma più alta di appartenenza.
La soglia come destino
Il testo si organizza intorno a una dialettica essenziale: acqua e pietra, movimento e attesa, flusso e oracolo. Lo scoglio, su cui il soggetto si reclina, diventa luogo di soglia, punto di contatto tra l’umano e l’elementare. Qui l’io non resiste, ma attende: «che il flutto si faccia destino». Non vi è promessa ultraterrena, né consolazione religiosa esplicita; vi è piuttosto l’accettazione di una escatologia laica, in cui il senso si compie nel ritorno al ritmo originario.
Il congedo — «un’onda dietro l’altra, / respiro dopo respiro» — fonde tempo biologico e tempo cosmico, conducendo a un abbraccio finale che non annienta, ma riconsegna l’essere alla sua forma più ampia.
Un dialogo alto con la tradizione
Il dialogo con Montale, Valéry, D’Annunzio, ma anche con Rilke e Jaccottet, è evidente ma mai derivativo. Come nel celebre dipinto di Caspar David Friedrich, Il Monaco in riva al mare — richiamato dall’autore stesso — anche qui la figura umana si riduce fino a diventare misura dell’incommensurabile. La poesia, come il quadro, lavora per sottrazione, fino a trasformare il silenzio in linguaggio.
Il Parnaso come luogo naturale di approdo
In questo senso, la partecipazione di L’onda più alta alla XI edizione del Concorso “Il Parnaso – Premio Angelo La Vecchia” appare non solo coerente, ma quasi necessaria. Il Concorso, da sempre attento alla poesia come lingua di pace, di dialogo e di universalità, trova in Leonardo Migliore una voce capace di incarnare questi valori senza proclami, attraverso una scrittura sorvegliata, musicale e profondamente meditativa.
L’onda più alta si presenta così come un testo di piena maturità, in cui l’esperienza individuale si dissolve per diventare ascolto del mondo. Una poesia che non chiede di essere interpretata, ma attraversata, come il mare che la ispira.
"L'ONDA PIÙ ALTA" di Leonardo Migliore
.
Mi disfo a passi lenti sulla battigia,
mentre le ali della brezza bianca
spingono le onde,
e il mare, instancabile, mormora l'arcano:
lucore di gemme che si dimena
nella memoria di granelli di sabbia
disciolti nel lume floscio d'una vena.
.
Mi ridesta il sussurro liquido dell’acqua,
il lungo sospiro della risacca
che culla e increspa capillari di riva,
e non temo l'onda più alta,
perché intorno tutto scompare,
persino il tempo.
.
Intuendo i battiti del cuore, le onde
si rifrangono in scaglie d'oro
sparse fra bagliori di miche perlescenti.
Mi parlano di giorni lontani,
di sorrisi umidi e sguardi senza confini,
di desideri e baci di sale,
d'un’anima di rena riflessa nel mare.
.
Ma l’onda, a volte, inghiotte i pensieri
e li rinserra nei gorghi inquieti del buio.
Lascia solchi invisibili
affollati di canti silenti - riverberi di ammonite -
e sangue che stilla in rubini, lacrime d'abisso.
.
E reclinato sullo scoglio - oracolo di pietra -,
mentre l'acqua mi disfiora il viso
e ogni goccia porta con sé
frammenti di memoria,
aspetto, adombrato,
che il flutto si faccia destino:
.
un’onda dietro l’altra,
respiro dopo respiro,
fino all'eco dell’ultima risacca,
quando il mare mi stringerà
nel suo abbraccio eterno.
(Leonardo Migliore)