Bologna: la schiacciante vittoria morale ed etica del sindaco Lepore contro i fascisti e la sinistra che ha preferito dar loro una grossa mano
C'è un dato che, più di ogni slogan e di ogni polemica, dovrebbe far riflettere chi in questi giorni ha passato il tempo ad attaccare il sindaco di Bologna Matteo Lepore per aver scelto di convocare una piazza dopo la morte di Abderrahim Fakir.
A distanza di una settimana, il quartiere del Pilastro ha ospitato una manifestazione partecipata, composta, pacifica. Migliaia di persone hanno attraversato le strade chiedendo una sola cosa: verità e giustizia. Nessun assalto, nessuna devastazione, nessuna guerriglia urbana. Soltanto cittadini, italiani e stranieri, che hanno voluto ricordare un uomo morto durante un fermo di polizia e una famiglia che, fin dal primo giorno, ha chiesto di evitare la violenza.
Un fatto che dovrebbe chiudere definitivamente una discussione. E invece no.
Perché nei giorni successivi alla prima manifestazione, non potevano certo sorprendere le boutade clownesche dei fascisti di governo e maggioranza, oltre che dei disgraziati propagandisti senz'arte né parte che pretendono pure di esser chiamati "giornalisti", contro il sindaco "de sinistra"!" In fondo il loro mestiere è stravolgere la realtà in funzione dei loro interessi politici… che sono prima tutto personali.
Invece, quel che più di altro è stato sorprendente è stato assistere allo spettacolo offerto da una parte della sinistra. Non quella che ha discusso nel merito. La critica politica è sempre legittima. Ma quella che ha deciso di salire sullo stesso carro della destra, accusando Lepore di irresponsabilità, avventurismo, superficialità. Quella che ha sostenuto che un sindaco non avrebbe dovuto chiamare la città in piazza, quasi che manifestare pacificamente per chiedere verità sulla morte di un proprio concittadino fosse una colpa anziché un dovere civile.
La realtà, però, è molto più ostinata delle polemiche... il fatto che la piazza convocata dal sindaco abbia raccolto circa ventimila persone. Ventimila cittadini che hanno ascoltato in silenzio le parole della famiglia Fakir, che ha continuato a chiedere giustizia e non vendetta. Una risposta di civiltà che ha mostrato il volto migliore di Bologna.
Poi è arrivata la nuova manifestazione del Pilastro. Anche quella si è svolta senza incidenti. Le forze dell'ordine hanno mantenuto un dispositivo di sicurezza invisivile, lontano dal corteo, e la giornata si è conclusa senza tensioni.
Forse vale la pena interrogarsi anche su questo. Perché dimostra che la presenza di migliaia di persone in piazza non porta automaticamente alla violenza. La violenza non è una conseguenza inevitabile della partecipazione democratica. È il prodotto delle scelte di chi decide di praticarla.
Eppure, mentre la città dimostrava maturità, qualcuno continuava a ripetere che il problema era stato convocare quella piazza.
Nel frattempo il clima di odio è cresciuto fino al punto che il sindaco Matteo Lepore ha ricevuto minacce tali da rendere necessaria una tutela personale decisa dalla Prefettura. Lo stesso Lepore ha spiegato di non aver chiesto la scorta, ma di essersi limitato a denunciare le intimidazioni ricevute. È difficile non vedere una relazione tra l'escalation del linguaggio pubblico e quella delle minacce.
Naturalmente nessuno può sostenere che ogni critica politica conduca automaticamente all'odio online. Sarebbe un ragionamento semplicistico. Ma chi sceglie di alimentare continuamente la delegittimazione personale di un avversario dovrebbe almeno interrogarsi sulle conseguenze del clima che contribuisce a creare.
Ancora più inquietante è un altro aspetto della vicenda.
Mentre la magistratura deve ancora accertare ogni responsabilità sulla morte di Fakir, la destra fascista aveva già emesso il proprio verdetto: gli agenti coinvolti non devono essere messi in discussione, chi chiede chiarezza starebbe alimentando l'odio contro le forze dell'ordine.
È un capovolgimento pericoloso.
Pretendere un'indagine rigorosa non significa essere contro la polizia. Significa essere a favore dello Stato di diritto. Proprio perché la grande maggioranza degli agenti svolge con professionalità un lavoro difficile, è interesse delle stesse istituzioni fare piena luce quando una persona muore durante un fermo.
Lo ha ricordato anche il cardinale Matteo Zuppi, parlando della necessità che all'uso della forza si accompagni sempre il controllo della forza. Un principio che dovrebbe essere condiviso da chiunque creda nelle istituzioni democratiche.
Ed è forse questo il punto politico più importante.
Una sinistra che considera secondario ciò che accade a un uomo morto durante un intervento delle forze dell'ordine, perché "ci sono battaglie più importanti", rischia di smarrire la propria ragione d'essere. I diritti non sono una graduatoria. Non esistono morti degni di mobilitazione e morti da archiviare con un comunicato di circostanza.
La difesa dei lavoratori, la lotta contro le disuguaglianze, l'antifascismo, la tutela delle libertà civili e il rifiuto di ogni discriminazione fanno parte della stessa cultura politica. Separarli significa impoverirli tutti.
Matteo Lepore, in questa vicenda, ha fatto ciò che un sindaco dovrebbe fare: ha riconosciuto come proprio concittadino un uomo la cui morte ha profondamente colpito la città e ha offerto uno spazio pubblico affinché quella comunità potesse chiedere verità e giustizia senza trasformare il dolore in vendetta.
Chi ha scelto di attaccarlo da sinistra farebbe bene a chiedersi se, nel tentativo di distinguersi, non abbia finito per rafforzare la narrazione di chi considera ogni richiesta di verità un problema e ogni manifestazione pacifica una minaccia.
Perché una democrazia non si misura da come protegge chi è forte. Si misura da come reagisce quando a chiedere giustizia sono i più deboli.