L'amministrazione Trump ha aperto un nuovo fronte politico e ideologico, trasformando il Dipartimento di Stato in una tribuna internazionale per lanciare una campagna contro quello che definisce il "ritorno del terrorismo politico della sinistra".


Il lungo intervento pronunciato il 16 luglio dal segretario di Stato Marco Rubio, affiancato dal consigliere della Casa Bianca Stephen Miller e dal segretario al Tesoro Scott Bessent, rappresenta molto più di una conferenza sulla sicurezza: è un manifesto politico che rilegge mezzo secolo di storia occidentale attraverso una lente fortemente ideologica, nella quale ogni forma di estremismo progressista viene ricondotta a un'unica minaccia globale.

Il tempismo dell'iniziativa difficilmente passa inosservato. Con le elezioni di midterm che iniziano a dominare il dibattito politico americano e con un'amministrazione chiamata a rispondere alle conseguenze economiche delle proprie scelte, dalla gestione dei conflitti internazionali all'inflazione, la sicurezza interna torna a essere il terreno privilegiato sul quale mobilitare l'elettorato conservatore. È una strategia già vista nella politica statunitense: quando diventa complicato difendere i risultati economici o spiegare le difficoltà del momento, si sposta il confronto sul terreno identitario e della sicurezza.

Rubio costruisce il proprio discorso partendo da un dato storico incontestabile: negli anni Settanta e Ottanta gruppi come le Brigate Rosse, la RAF tedesca, i Tupamaros, i Montoneros, Sendero Luminoso e il Weather Underground rappresentarono effettivamente alcune delle principali organizzazioni terroristiche del mondo occidentale. Nessuno può negare quella stagione di violenza politica, così come nessuno può negare che centinaia di vittime pagarono con la vita quella deriva estremista.

Il problema nasce quando questo richiamo storico viene utilizzato per sostenere che oggi l'Occidente starebbe vivendo una nuova offensiva coordinata del terrorismo marxista internazionale, descritta come la principale minaccia alla civiltà occidentale. Secondo Rubio, esisterebbe una rete transnazionale che collega Antifa, movimenti anarchici, gruppi marxisti, organizzazioni ambientaliste radicali e perfino reti sostenute dall'Iran e da Cuba.

Comprensibile rivolgersi all'elettorao MAGA, notoriamente formato, a livello internazionale, da degli idioti, probabilmente persino cerebrolesi... ma pretendere di formulare tali accuse ad una platea di figure istituzionali di altre nazioni è fare del puro e semplice teatro di avanspettacolo.

Una tesi che, oltretutto, viene accompagnata da una retorica particolarmente aggressiva. Nel suo intervento Rubio non si limita infatti a parlare di terrorismo. Definisce il radicalismo di sinistra come "un odio verso la civiltà stessa", descrive i suoi aderenti come persone incapaci di creare qualcosa di positivo e sostiene che il comunismo non sia soltanto fallimentare nella pratica, ma addirittura moralmente ripugnante nella teoria. Lo dice uno che si definisce cattolico, tanto dall'essersi mostrato con una croce in fronte nel mercoledì delle ceneri... evidentemente si è dimenticato di leggere il Vangelo o, se lo ha fatto, è altrettanto evidente che non ci ha capito nulla.

In ogni caso, impossibile poter affermare che tali stupidaggini possano essere confuse con un'analisi tecnica della minaccia terroristica.

Ancora più esplicito risulta Stephen Miller. Nel suo intervento il consigliere della Casa Bianca afferma che il terrorismo di sinistra punta al rovesciamento del sistema costituzionale americano e invita le istituzioni a non prestare alcuna attenzione agli appelli alle libertà civili provenienti da chi viene classificato come appartenente alla sinistra radicale. Essendo un noto nazifascista, il camerata Miller arriva persino a sostenere che gli attivisti di Antifa sarebbero riconoscibili dal loro aspetto fisico, dichiarando che "nessuno di loro appare normale" e collegando l'aspetto esteriore a una presunta deformazione morale

Queste sono le analisi tecniche che la serva premier, Giorgia Meloni, ha preteso, tramite un sottosegretario alla presidenza del Consiglio, di andare ad ascoltare a Washington, con il solo intento di legittimare una iniziativa da poter poi utilizzare per le prossime elezioni politiche in Italia... ammesso che già oggi in Italia non si possa parlare di campagna elettorale!


Scott Bessent
completa il quadro annunciando un rafforzamento degli strumenti finanziari contro le organizzazioni ritenute vicine all'estremismo di sinistra. Il Tesoro promette controlli più stringenti su fondazioni, enti non profit e organizzazioni benefiche, ritenendo che alcune possano essere utilizzate come copertura per finanziare attività terroristiche. Anche in questo caso il principio generale del contrasto ai finanziamenti illeciti è condivisibile. Tuttavia, il rischio evidente è che la definizione sempre più ampia di "organizzazione estremista" finisca per coinvolgere realtà molto diverse tra loro, con inevitabili ricadute sul piano delle libertà associative.

Colpisce soprattutto il linguaggio scelto dall'intera amministrazione. Si parla continuamente di "nemici della civiltà", di "oscurità che avanza", di "male da schiacciare per sempre". Non è il lessico normalmente utilizzato nei documenti di sicurezza nazionale, ma quello tipico delle campagne elettorali, dove la costruzione del nemico rappresenta spesso uno strumento di mobilitazione politica.

La certezza è quella di una nuova stagione di polarizzazione ideologica che richiama inevitabilmente il clima del maccartismo degli anni Cinquanta. Allora il comunismo veniva percepito come una presenza infiltrata ovunque: nelle università, nella cultura, nell'informazione, nelle istituzioni. Oggi il lessico cambia, non di molto, ma il meccanismo appare simile. Il nemico non è più soltanto il terrorista che compie attentati, bensì un universo molto più ampio che comprende movimenti politici radicali, attivisti, organizzazioni sociali e reti internazionali accomunate da una generica appartenenza alla sinistra.

Non è un caso che nel discorso trovino spazio continui richiami all'immigrazione, alle proteste del movimento Black Lives Matter del 2020, alle università, ai media e perfino alle giurie popolari accusate di essere ideologicamente indulgenti verso gli imputati progressisti. Il messaggio politico è evidente: la sinistra non viene rappresentata semplicemente come un avversario democratico, ma come un ambiente che favorirebbe, giustificherebbe o addirittura alimenterebbe il terrorismo.

Per Donald Trump e la sua amministrazione questa narrazione offre un vantaggio elettorale evidente. Riporta al centro dell'agenda temi tradizionalmente favorevoli all'estrema destra nazifascista, i pratica l'elettorato MAGA, come ordine pubblico, sicurezza nazionale e lotta al radicalismo interno, spostando l'attenzione dalle difficoltà economiche, dalle tensioni internazionali e dalle inevitabili ricadute delle scelte di politica estera.

Resta però una domanda di fondo.

Se ogni opposizione radicale viene progressivamente assimilata a una minaccia terroristica e se il dibattito politico assume i toni di una guerra di civiltà permanente, il rischio non è soltanto quello di irrigidire ulteriormente la società americana, ma anche quello di trasformare il contrasto al terrorismo, che dovrebbe fondarsi su prove, intelligence e diritto, in uno strumento di propaganda politica... finendo paradossalmente di dimenticare di contrastare il terrorismo vero, quello che in tal modo avrà gioco così gioco facile per operare.