Una delle paure più grandi legate alla malattia di Alzheimer non riguarda soltanto la memoria, ma la perdita progressiva delle parole. Con il tempo molte persone colpite dalla malattia iniziano a faticare nel trovare i termini giusti, nel completare una frase o nel ricordare il significato di ciò che vogliono dire. È un cambiamento che pesa molto nella vita quotidiana perché rende sempre più difficile comunicare con familiari e amici.

Negli ultimi tempi alcuni ricercatori stanno osservando con attenzione un farmaco che in realtà non nasce per curare la demenza. Si tratta del litio, una sostanza utilizzata da molti anni in psichiatria per stabilizzare l’umore, soprattutto nei pazienti con disturbo bipolare. Studi recenti suggeriscono che, se usato in dosi molto basse, potrebbe avere un effetto interessante anche sul cervello delle persone con Alzheimer, in particolare sulle capacità legate al linguaggio.

I dati preliminari indicano che il litio potrebbe rallentare il peggioramento della memoria verbale, cioè quella funzione che ci permette di ricordare parole, esprimerci e comprendere il linguaggio. In altre parole potrebbe aiutare a mantenere più a lungo la capacità di comunicare, un aspetto che spesso si deteriora con il progredire della malattia.

Il motivo di questo possibile effetto non è ancora completamente chiaro, ma gli scienziati conoscono già alcune delle azioni biologiche del litio. La sostanza influenza diversi meccanismi cerebrali: modula la trasmissione tra i neuroni, riduce alcuni processi infiammatori nel cervello e sembra avere anche un’azione protettiva sulle cellule nervose. Alcuni studi sperimentali suggeriscono che possa interferire con processi legati alla degenerazione neuronale, compreso l’accumulo di proteine anomale che caratterizzano l’Alzheimer.

La perdita del linguaggio, infatti, non è un fenomeno isolato ma parte di un deterioramento più ampio delle funzioni cognitive. Nella demenza vengono coinvolte progressivamente diverse aree del cervello e con il tempo possono comparire difficoltà nel ragionamento, nell’orientamento e nella comunicazione. Quando le regioni cerebrali che gestiscono il linguaggio iniziano a essere colpite, il paziente può dimenticare parole comuni, sostituirle con termini sbagliati o fare lunghe pause mentre parla.

Il rapporto tra umore e capacità cognitive è studiato da tempo. Molti specialisti hanno osservato che la depressione può peggiorare le prestazioni mentali negli anziani e nei pazienti con demenza. Per questo motivo alcuni farmaci usati per stabilizzare l’umore o trattare i disturbi depressivi sono stati analizzati anche per capire se possano avere effetti indiretti sulle funzioni cognitive.

Va però sottolineato che la ricerca è ancora nelle prime fasi. Non tutti i farmaci psichiatrici producono lo stesso effetto sul cervello e alcuni studi hanno mostrato risultati contrastanti. Per capire davvero se il litio possa diventare una terapia utile contro il declino del linguaggio saranno necessari studi clinici più ampi e controllati.

In medicina capita spesso che farmaci sviluppati per una malattia trovino poi applicazioni in ambiti completamente diversi. Se in futuro verrà confermato che una sostanza già conosciuta come stabilizzatore dell’umore può aiutare anche a preservare le parole nelle persone con Alzheimer, potrebbe rappresentare un piccolo ma importante passo avanti. Non sarebbe una cura definitiva, ma potrebbe contribuire a mantenere più a lungo una delle cose più preziose per ogni persona: la capacità di parlare e di farsi capire dagli altri.