All’inizio degli anni 80 del secolo scorso c’era un’energia irripetibile, una miscela di audacia e sperimentazione che oggi sembra appartenere a un’altra era, lontana ben più di mezzo secolo. "KooKoo", il debutto solista di Debbie Harry nel 1981, nasce esattamente in quel punto di collisione: un disco che non vuole rassicurare, ma spiazzare. Nile Rodgers e Bernard Edwards, i due architetti sonori degli Chic, costruiscono un impianto funk elettronico che pulsa come un organismo artificiale, mentre la voce di Debbie scivola e graffia, sospesa tra seduzione e minaccia.
I brani si muovono in un territorio ibrido: Jump Jump e Now I Know You Know sembrano arrivare da un futuro cupo, mentre Backfired e Under Arrest riportano un’eco del rock che la cantante non ha mai abbandonato.
Ma è l’estetica a completare l’opera: Hans Ruedi Giger trasforma Debbie in un’icona biomeccanica, trafitta, rituale, quasi aliena, proprio come gli "Alien" disegnati dall'artista svizzero e portato trionfalmente sullo schermo da Ridley Scott due anni prima. Una visione talmente potente da risultare scomoda, tanto da essere censurata in Inghilterra.
KooKoo resta così: un oggetto sonoro e visivo fuori categoria, un disco che non chiede di essere capito ma attraversato. Un misto di punk, agopuntura e fantascienza, come disse la stessa Harry. Un unicum che ancora oggi sfida chi prova a incasellarlo.


