Il prezzo della guerra: come l’instabilità globale arricchisce l’economia USA
Negli ultimi anni l’Italia ha cambiato molto i fornitori (soprattutto dopo il calo del gas russo), pervenendo ad un mix è abbastanza stabile ma diversificato.
Nel caso del gas, la composizione tipica recente vede in prima fila l'Algeria, che tra GNL via nave e gasdotto TransMed è il principale fornitore (25–35%). Subito a seguire, il Gas naturale liquefatto (GNL) via navi metaniere dagli Stati Uniti e dal Qatar e che copre il 30–35% del fabbisogno italiano.
Ci sono poi l'Azerbaigian tramite il gasdotto TAP (10–18%) che arriva a San Foca (Melendugno) e la Norvegia via rete UE (5–10%), infine la Libia (1–3% ).
Quanto al petrolio, il maggior fornitore dell'Italia è l'Iraq (20–30%), seguito dall' Azerbaigian (10–20%) e dal Kazakhstan (10–15%), seguiti da Arabia Saudita, Kuwait, Emirati - dai quali importiamo circa il 20% - e poi da Stati Uniti, Algeria, Nigeria, Libia e Paesi Arabi, ognuno con una quota di circa il 5-10%.
Come diretta conseguenza della crisi di Hormuz, le forniture a rischio sono quelle di gas dal Qatar (~10%) e quelle di petrolio da Iraq e Kuwait (>35%).
Dunque, dopo l’escalation nello Stretto di Hormuz, le misure italiane (in linea con UE e piano emergenziale nazionale) si sono concentrate su una cosa precisa: evitare interruzioni fisiche e assorbire lo shock dei prezzi, perché il rischio principale non è il “rubinetto chiuso” ma la volatilità delle rotte.
In pratica non cambia il “tipo” di energia, ma cambia da dove arriva e come viene organizzato il flusso. Il gas naturale liquefatto (GNL) è perfetto per questo perché viaggia via nave: se un fornitore diventa meno affidabile o più costoso, si può ridurre quel flusso e aumentarlo da altri Paesi. Negli ultimi anni, ad esempio, gli Stati Uniti sono diventati molto importanti proprio perché possono esportare grandi quantità di gas senza passare per rotte geopoliticamente delicate. Anche Paesi come Nigeria e Algeria sono utili alternative flessibili, soprattutto per coprire i fabbisogni improvvisi.
Questo però funziona solo se l’Italia ha la capacità tecnica di ricevere e trasformare quel gas. Ed è qui che entrano in gioco i rigassificatori. Il GNL arriva infatti liquido e deve essere riportato allo stato gassoso prima di entrare nella rete nazionale. I rigassificatori sono quindi il “collo di bottiglia positivo”: più lavorano a pieno regime, più l’Italia può accettare navi da qualunque parte del mondo. Impianti come quelli di Piombino, Ravenna, Rovigo e Panigaglia servono proprio a questo, cioè a rendere possibile questa flessibilità.
Quanto alla Libia, ancora oggi la produzione è soggetta a interruzioni frequenti legate a tensioni politiche, chiusure di giacimenti e problemi infrastrutturali. In altre parole, il problema è la affidabilità a monte: se la produzione o le esportazioni si interrompono anche per pochi giorni, il sistema non può essere considerato una base sicura per aumenti strutturali.
Chi sta guadagnando dal caos energetico?
In prima fila, di sicuro gli Stati Uniti, perché sono i grandi esportatori di GNL e petrolio shale, e con loro Norvegia, Azerbaijan, Kazakhstan, Algeria, Nigeria, Indonesia, Messico e Venezuela.
Molto meno la Russia, che - tra sanzioni, sconti obbligati verso l'Asia e la
perdita del mercato europeo - si ritrova con un guadagno solo parziale e “monetizzato male”.
E di sicuro hanno perso l'Ucraina (che lucrava sull'enorme flusso che arrivava dalla Russia) e l'Unione Europea (che non ha eserciti in grado di proteggere le rotte).
Viceversa, con l'invasione russa dell'Ucraina, India e Cina (buyer opportunistici) si erano avvantaggiate, approfittando del disaccoppiamento Europa-Russia e comprando petrolio russo scontato. Lo shock di Hormuz, ovviamente, ha cambiato le carte in tavola, specialmente per l'India che ha un import meno strutturato della Cina, la quale viceversa non importa solo dal Golfo Persico e dalla Russia, ma ha solide basi in Africa e forse ancora in Venezuela.
In altre parole, gli Stati Uniti sono il principale beneficiario energetico di questo caos, iniziato sotto la presidenza Biden con l'appoggio militare all'Ucraina e proseguito da Trump con l'aggressione dell'Iran.
Riguardo il petrolio (shale oil), si parla di extra ricavi industriali per decine di miliardi di $ su scala annuale con studi di settore che stimano in circa +60 miliardi $ di cash flow potenziale in scenario 100$/barile.
Riguardo il gas (GNL), gli USA sono diventati il primo esportatore mondiale verso Europa con un +10–30% di rendita sull’export energetico rispetto a condizioni normali, soprattutto su contratti spot (quelli più profittevoli).
Il quadro che emerge è quello di un sistema energetico globale sempre meno “ordinato” e sempre più guidato da crisi sovrapposte, dove la sicurezza delle forniture dipende meno dai contratti di lungo periodo e più dalla capacità di adattarsi a shock geopolitici improvvisi.
Per l’Italia e l’Europa, la risposta è stata principalmente difensiva, essendo più esposta alla volatilità dei prezzi globali. Sul piano internazionale, le crisi producono una redistribuzione dei vantaggi: i produttori flessibili e logisticamente indipendenti tendono a beneficiare di più, mentre i Paesi importatori o quelli vincolati da sanzioni e sconti strutturali vedono ridursi i margini reali.
Gli Stati Uniti, in particolare, emergono come il principale beneficiario sistemico dell’attuale assetto: sia perché controllano direttamente le crisi, sia perché il loro modello energetico (shale oil + GNL) è quello che meglio monetizza l’instabilità globale.