La Groenlandia è una nazione costitutiva autonoma all'interno del Regno di Danimarca. Il suo status è regolato dalla Legge sull'Autogoverno (Self-Government Act) del 2009, che riconosce i groenlandesi come popolo secondo il diritto internazionale e stabilisce un percorso legale verso la piena indipendenza

 La Groenlandia è parte della NATO attraverso il Regno di Danimarca, ma non è membro dell'Unione Europea (uscita nel 1985), di cui mantiene lo status di Territorio d'Oltremare associato.
Le elezioni parlamentari di marzo 2025 hanno visto la vittoria del partito Demokraatit (Democratici), una formazione social-liberale favorevole a un approccio più cauto e pragmatico verso l'indipendenza rispetto ai governi precedenti.
L'indipendenza rimane un obiettivo condiviso dai principali partiti, sebbene i tempi siano legati al raggiungimento di una maggiore autosufficienza economica.
Autosufficienza economica che sarebbe presto raggiunta se qualcuno investisse sulle enormi risorse minerarie della Groenlandia.

Le stime geologiche più recenti - infatti - indicano che il sottosuolo groenlandese custodisce circa il 25% delle riserve mondiali di terre rare, minerali come il neodimio e il praseodimio che sono diventati il nuovo petrolio della transizione energetica globale.
Accanto a questi, giacimenti di oro, zinco, piombo e uranio attirano l'attenzione dei colossi industriali di Stati Uniti e Cina, trasformando l'isola nel fulcro di una nuova corsa all'oro.

Il valore potenziale di queste risorse è talmente elevato da rappresentare per il governo locale la chiave definitiva per l'indipendenza economica dalla Danimarca, sebbene il prezzo ambientale per estrarle resti un dilemma etico e politico nel cuore delle comunità Inuit.
Due importanti concessioni minerarie a capitale cinese (Citronen Fjord e Kvanefjeld) sono state revocate da parte del governo locale a causa delle crescenti preoccupazioni geopolitiche da parte di Stati Uniti ed Europa
Più volte, la Groenlandia ha sollecitato Stati Uniti ed Unione Europea a intensificare i loro investimenti nel settore minerario per evitare di doversi rivolgere altrove, inclusa la Cina, per il capitale necessario.

La Groenlandia gode di un ampio autogoverno dal 2009, con il controllo autonomo sulle proprie risorse naturali. Qualsiasi decisione sugli investimenti minerari o infrastrutturali spetta al governo locale, che ha mostrato posizioni mutevoli, come nel  2021, quando l'elezione di un governo di sinistra ambientalista ha portato al divieto dell'estrazione di uranio. Inoltre, la Groenlandia si renderebbe indipendente non appena raggiunta la autosufficienza economica.
Queste incertezze scoraggiano gli investitori a lungo termine.

La ricchezza materiale della Groenlandia si intreccia indissolubilmente con il valore strategico della sua posizione geografica, che ha trasformato l'isola in una sentinella militare imprescindibile per gli Stati Uniti.
Infatti, durante la Seconda Guerra Mondiale, quando la Danimarca fu occupata dalla Germania, la Groenlandia passò sotto la protezione degli Stati Uniti e fu restituita alla Danimarca alla fine della guerra, mantenendo  diverse grandi basi militari.

Precedentemente nota come Thule Air Base, nei pressi della cittadina di Qaanaaq (656 abitanti), sorge la Pituffik Space Base, hub della rete globale di controllo satellitare Space Delta 6 e gestita  dal 12° Space Warning Squadron,  per rilevare e tracciare missili balistici intercontinentali (ICBM) lanciati contro il Nord America.

Più all'interno, ci sono i resti (nucleari) del progetto Iceworm, un programma top secret dell'esercito degli Stati Uniti d'America sviluppato durante gli anni della guerra fredda, che mirava a realizzare una rete di siti di lancio di missili nucleari al di sotto della calotta glaciale della Groenlandia.
Si tratta di due strutture, Camp Fistclench e Camp Century, abbandonate e oggetto di monitoraggio ambientale poiché lo scioglimento dei ghiacci rischia di riportare in superficie i rifiuti tossici e radioattivi lasciati all'epoca.
Nella stessa zona, negli anni '50, l'Esercito statunitense realizzò altre due strutture (Camp TUTO e Camp NUTO) per sperimentare la costruzione di strutture all'interno del ghiaccio perenne per la protezione, la sopravvivenza e l'occultamento. 

Inoltre, gli USA continuano ad utilizzare per scopi di addestramento il centro di ricerca di Camp Raven che si trova nelle immediate vicinanze della ex stazione radar statunitense denominata DYE 2, istituita durante la Guerra Fredda e oggi abbandonata.
La stazione dista circa 200 chilometri da Kangerlussuaq , l'insediamento permanente più vicino dotato di aeroporto, che fu concesso agli Stati Uniti e trasformato in una base militare, restituita alla Danimarca sono nel 1992.
Infine, proprio al centro della Groenlandia è attivo il Summit Camp, noto anche come Summit Station, una stazione di ricerca con personale operativo tutto l'anno, gestita dalla United States National Science Foundation tramite l'appaltatore di supporto logistico Battelle Arctic Research Operations (Battelle ARO).

Di recente, gli Stati Uniti hanno intensificato drasticamente le pressioni per espandere la propria presenza militare in Groenlandia, dal potenziamento della base di Pituffik (ex Thule Air Base) all'integrazione con il sistema "Golden Dome", volto a intercettare missili ipersonici dallo spazio, al dispiegamento di armi offensive come i missili Dark Eagle (LRHW) in grado di colpire basi nemiche oltre il polo in pochi minuti.

Nonostante le storiche divisioni interne, la risposta della politica groenlandese al presidente Trump è stata un coro di "no" che non lascia spazio a interpretazioni.
In prima linea c'è il Primo Ministro Jens Frederik Nielsen, leader dei Demokraatit (Democratici), che dalle elezioni del 2025 guida il Paese con un piglio pragmatico. Di fronte alle provocazioni americane, Nielsen ha abbandonato il linguaggio felpato della diplomazia per un secco: "Ora basta. Non siamo in vendita e il nostro futuro non si decide sui social media". Per il suo governo, la cooperazione economica con gli USA è una risorsa, ma la sovranità nazionale resta un confine invalicabile.
Sui banchi dell'opposizione, il clima non è diverso. L'ex premier Múte B. Egede, voce dei progressisti di Inuit Ataqatigiit, ha ribadito con forza che la terra artica appartiene esclusivamente al suo popolo, rigettando ogni mira annessionistica in nome della protezione ambientale e dell'identità indigena. Anche i socialdemocratici del Siumut, pur essendo i più aperti a capitali esteri per finanziare l'indipendenza dalla Danimarca, vedono nelle pretese statunitensi una violazione intollerabile del diritto internazionale e della dignità del popolo Inuit.
Infine, i nazionalisti di Naleraq hanno assunto la posizione più radicale: per loro, liberarsi dalla corona danese solo per finire sotto l'ala di Washington sarebbe un paradosso storico. Il loro messaggio è chiaro: l'indipendenza non è un passaggio di proprietà, ma la conquista di una libertà che nessuna superpotenza può comprare.