Esteri

Israele, la legge sulla pena di morte divide il Paese: scontro tra governo e giudici

La nuova legge sulla pena di morte per palestinesi condannati per atti di terrorismo segna una frattura profonda non solo nel sistema giuridico israeliano, ma anche nella coscienza politica e civile del Paese. Approvata nei giorni scorsi dalla Knesset, la norma è già al centro di una battaglia legale e istituzionale che potrebbe ridefinire i rapporti tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario.

Secondo numerose organizzazioni per i diritti umani, si tratta di una legge “incostituzionale” e “moralmente inaccettabile”, destinata a finire rapidamente davanti all’Alta Corte di Giustizia. Le prime petizioni sono già state presentate, con una richiesta urgente: sospendere immediatamente l’applicazione della norma in attesa di una decisione definitiva.


Il nodo costituzionale e il rischio per il giusto processo

Al centro delle contestazioni vi è l’impatto della legge sui diritti fondamentali. I ricorrenti sostengono che l’introduzione della pena capitale in questi casi comprometta il diritto alla vita e possa minare la presunzione di innocenza.

Il timore principale è che imputati palestinesi possano essere indotti a confessare reati non commessi pur di evitare la condanna a morte attraverso accordi con l’accusa. Una dinamica che, se confermata, rappresenterebbe una distorsione irreversibile del diritto a un equo processo.

Il giudice della Corte Suprema Yechiel Kasher ha per ora evitato di sospendere immediatamente la legge, ma ha imposto a governo e Knesset di presentare le proprie difese entro circa due mesi. Una tempistica insolitamente rapida per questo tipo di controversie, che normalmente richiedono anni.


Una legge accusata di discriminazione

Uno degli aspetti più controversi della norma riguarda il suo ambito di applicazione. La legge è stata costruita in modo tale da colpire esclusivamente terroristi palestinesi, escludendo di fatto quelli ebrei.

La definizione stessa del reato è stata modificata: non più semplicemente omicidio o terrorismo, ma “uccisione intenzionale con l’obiettivo di negare l’esistenza dello Stato di Israele”. Una formulazione che, secondo i critici, introduce un criterio politico e identitario nella qualificazione del reato.

Questo elemento ha portato molti osservatori a parlare apertamente di una legge discriminatoria, con implicazioni potenzialmente gravi sul piano del diritto interno e internazionale.


Cisgiordania e rischio annessione di fatto

La legge introduce anche un cambiamento significativo nell’applicazione del diritto nei territori occupati. Attualmente, i palestinesi in Cisgiordania sono sottoposti al diritto militare, mentre i coloni israeliani sono soggetti al diritto civile.

La nuova normativa, applicando direttamente la legislazione civile israeliana ai palestinesi, aggira l’autorità del comandante militare e avvicina Israele a una forma di annessione giuridica di fatto della Cisgiordania.

Un passaggio che, secondo diversi giuristi, rischia di allontanare ulteriormente Israele dagli standard del diritto internazionale condivisi dalla maggior parte della comunità internazionale.


Pena di morte “automatica” e impiccagione
La legge restringe fortemente la discrezionalità dei giudici, rendendo la pena di morte la soluzione di default, con possibilità di deroga solo in casi eccezionali.

Non solo: consente ai tribunali di infliggere la pena capitale anche senza una richiesta esplicita dell’accusa, rompendo un principio cardine del diritto processuale israeliano.

Le esecuzioni dovrebbero avvenire tramite impiccagione, un metodo definito “barbarico” dai critici. L’identità dell’esecutore resterà segreta, e la sua divulgazione sarà punita con fino a tre anni di carcere.


Scontro politico e istituzionale

La legge è fortemente voluta dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, che ne ha fatto una bandiera politica e una condizione per l’ingresso del suo partito nella coalizione di governo guidata dal primo ministro Benjamin Netanyahu.

Diversa la posizione della procuratrice generale Gali Baharav-Miara, da sempre contraria alla pena di morte. È probabile che autorizzi il governo a farsi rappresentare da legali esterni, così da poter esprimere formalmente la propria opposizione davanti alla Corte.

Anche all’interno della Knesset non sono mancati segnali di allarme. Un parere tecnico redatto mesi fa dai consulenti giuridici della Commissione Sicurezza nazionale invitava esplicitamente a non approvare la legge, sottolineando come la tendenza globale sia verso l’abolizione della pena capitale.


Un’anomalia nel panorama internazionale

Oggi oltre due terzi dei Paesi del mondo hanno abolito la pena di morte per legge o nella pratica. Tra le democrazie occidentali, solo Stati Uniti e Giappone continuano ad applicarla, peraltro con un uso sempre più limitato.

Israele stesso, pur prevedendo teoricamente la pena capitale in casi eccezionali (come i crimini nazisti), l’ha di fatto abbandonata per i reati ordinari già dal 1954.


Il nodo morale

Il dibattito non è solo giuridico, ma profondamente etico. Alcuni richiami arrivano anche dalla tradizione giuridica ebraica, che negli ultimi decenni ha progressivamente maturato una posizione contraria alla pena di morte.

Come ricordava il giudice della Corte Suprema Haim Cohn, “il divieto di togliere la vita umana significa innanzitutto il divieto di applicare la pena di morte, anche nei confronti di un assassino”.

Una posizione che oggi torna al centro del confronto: non solo sulla legittimità della legge, ma sull’identità stessa dello Stato di Israele, sospeso tra sicurezza, diritto e valori democratici.



Fonte: The Times of Israel

Autore Ugo Longhi
Categoria Esteri
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