Il principale motivo per cui i progressisti sono divisi tra loro in qualunque Paese si vada è che esistono diverse scuole di pensiero che spesso risultano divergenti tra loro, se non addirittura contrapposte. Questa frammentazione non è una novità passeggera, ma una faglia d'origine intrinseca alla storia della sinistra.
Come osservava lo storico e filosofo Norberto Bobbio nel suo celebre saggio Destra e sinistra, mentre la destra tende a una visione organica e gerarchica della società che ne favorisce la coesione nei momenti decisivi, la sinistra pone al centro il principio dell'uguaglianza, un concetto dinamico, pluralista e costantemente aperto a interpretazioni conflittuali.
Questa tensione ideale trasforma il campo progressista in una galassia frammentata, dove le specificità nazionali creano modelli culturali e politici difficilmente assimilabili sotto un'unica bandiera globale.
Una delle fratture più evidenti all'interno del mondo progressista riguarda la gestione dello spazio pubblico, della religione e delle identità etniche.
La Francia rappresenta l'emblema di un modello repubblicano basato sulla Laïcité intransigente, una visione derivata dall'Illuminismo e dalla Rivoluzione che confina la dimensione religiosa alla sfera strettamente privata per garantire l'uguaglianza assoluta dei cittadini davanti allo Stato.
Questa impostazione si scontra frontalmente con altre due anime del progressismo internazionale.
Nel caso del multiculturalismo di matrice anglosassone, molti partiti progressisti negli Stati Uniti, nel Regno Unito o in Canada promuovono il riconoscimento delle specificità etniche e religiose all'interno dello spazio pubblico. Per la sinistra francese, questo approccio viene percepito come "comunitarismo", ovvero una minaccia all'unità della Repubblica che rischia di ghettizzare gli individui.
Nel caso del cristianesimo sociale, in Paesi come l'Italia, la Germania o il Belgio, ampie fette del progressismo affondano le radici nella dottrina sociale della Chiesa. Questa tradizione cerca una sintesi tra solidarietà e valori spirituali, una mediazione che la sinistra giacobina d'Oltralpe rifiuta in nome della neutralità dello Stato.
Il filosofo canadese Charles Taylor, teorico del multiculturalismo, ha spesso criticato la rigidità del modello francese, definendola una forma di "laicità escludente". Al contrario, intellettuali francesi come Élisabeth Badinter difendono la laïcité come l'unico vero baluardo democratico contro la frammentazione della società in tribù identitarie.
Se già siamo a tre modelli divergenti (laicité francese, multiculturalismo anglosassone e cristianesimo sociale mediterraneo), andando a confrontarci con la Germania la varianza cresce.
La Germania - infatti - possiede un'identità green strutturata, con un partito dei Verdi (Die Grünen) che ha radici storiche profonde e che ha imposto un ecologismo normativo, industriale e urbano, focalizzato sulla transizione energetica rapida e sulla decarbonizzazione delle grandi fabbriche.
Questa visione macroeconomica e centralizzata fatica a collimare con la concezione di ambiente tipica dei progressisti italiani o mediterranei.
Nelle regioni del Sud Europa, la tutela dell'ambiente è legata a una dimensione locale, rurale e legata all'economia del territorio, come la gestione delle coste, degli stabilimenti balneari e dell'agricoltura di qualità.
Il sociologo ed economista società del rischio di Ulrich Beck evidenziava come la percezione dei rischi ambientali e le soluzioni proposte dipendano fortemente dal contesto industriale di partenza. Di conseguenza, i vincoli ecologici calati dal Nord Europa vengono spesso percepiti dalla sinistra mediterranea come burocratici o punitivi per le economie locali, creando una faglia tra l'ecologismo globale delle direttive europee e l'ecologismo sociale dei territori.
Arrivati all'economia, le divergenze diventano radicali: da un lato i sostenitori della centralità del lavoro dall'altro lato quelli dello Stato sociale assistenziale.
La cultura del lavoro è di derivazione socialdemocratica classica, laburista o sindacale ed ancor prima luterana o calvinista. Il focus è l'occupazione, la dignità del salario, la crescita economica e la formazione. L'obiettivo è emancipare l'individuo rendendolo autonomo attraverso il sistema produttivo.
La cultura del sussidio è sostenuta dalle correnti della sinistra radicale e dai movimenti post-materialisti, ma ha radici profonde nel cattolicesimo romano. Si concentra sulla distribuzione di sussidi di disoccupazione incondizionati, svincolando la sussistenza dal mercato del lavoro, cioè dalla crescita economica e dalla formazione..
Come profetizzato dal sociologo Zygmunt Bauman nelle sue analisi sulla modernità liquida, il passaggio da una società di produttori a una società di consumatori ha privato la sinistra del suo storico punto di riferimento: la classe operaia unita.
Senza questo collante, i progressisti si dividono tra chi vuole proteggere i lavoratori tradizionali dall'impatto della globalizzazione e chi preferisce tutelare le fasce marginali ed escluse attraverso il welfare assistenziale.
Dulcis in fundo, la frattura più antica e insanabile riguarda il giudizio storico sulla proprietà privata. Questo scontro divide il progressismo in due blocchi filosofici contrapposti.
Da un lato vi è il riformismo socialdemocratico e liberal-progressista, che accetta l'economia di mercato e considera la proprietà privata un diritto fondamentale da tutelare, oltre che un motore di innovazione e libertà individuale. In questa visione, lo Stato deve intervenire solo ex post attraverso una fiscalità progressiva per redistribuire i proventi e finanziare i servizi pubblici.
Dall'altro lato resiste l'avversione ideologica della sinistra radicale, erede della critica marxista, che vede nella concentrazione della proprietà privata la fonte primaria delle disuguaglianze strutturali e dello sfruttamento, invocando la nazionalizzazione dei beni strategici e dei servizi essenziali.
L'economista Thomas Piketty, nel suo monumentale studio Capitale e ideologia, evidenzia come la sinistra moderna abbia progressivamente abbandonato la lotta contro la proprietà privata per trasformarsi in quella che definisce la "sinistra bramina", ovvero il partito dei ceti più istruiti e benestanti.
Questa mutazione ha esacerbato le divisioni interne: i leader progressisti occidentali difendono gli asset patrimoniali e l'integrazione nei mercati globali, mentre le basi popolari e i movimenti di contestazione chiedono una redistribuzione radicale dei beni, considerando la proprietà un ostacolo all'uguaglianza reale.
La complessità del progressismo globale risiede proprio in questa sua natura plurale. Non esiste un'unica sinistra, ma un insieme di risposte diverse alle grandi sfide della modernità, condizionate dalla storia, dalla geografia e dalle culture dei singoli popoli.
In Italia, la vocazione maggioritaria ideata con l'Ulivo è fallita perché la società è troppo frammentata, mentre la semplice somma aritmetica dei partiti produce solo paralisi decisionale. La scelta di Elly Schlein di abbandonare la vocazione maggioritaria per costruire il "campo largo" risponde a una necessità matematica imposta dal sistema elettorale bipolare italiano.
Il limite strutturale di questa strategia coincide però con la frammentazione intrinseca del progressismo: l'alleanza rischia di rivelarsi un fragile cartello elettorale, unito dall'opposizione alla destra ma diviso su nodi cruciali come lo sviluppo economico, i sussidi e la politica estera.
Le esperienze storiche del centrosinistra italiano, in particolare i governi dell'Ulivo guidati da Romano Prodi nel 1996 e nel 2006, dimostrano che vincere le elezioni grazie a un'ampia coalizione di necessità è radicalmente diverso dal riuscire a garantire la stabilità di un esecutivo. Una volta superata la spinta emotiva del voto e l'obiettivo comune di battere la destra, il campo largo guidato da Elly Schlein si troverebbe di fronte alla complessa realtà delle cifre parlamentari e dei veti incrociati sui dossier strategici, sollevando seri dubbi sulla sua effettiva capacità di governare.
La stabilità di un simile governo sarebbe messa a dura prova fin dai primi mesi a causa di visioni programmatiche inconciliabili. Sulla politica estera e la difesa, le posizioni atlantiste del Partito Democratico si scontrerebbero inevitabilmente con il pacifismo radicale del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi e Sinistra, rendendo ogni voto su missioni internazionali o stanziamenti militari una potenziale crisi di governo.
In campo economico, la convivenza tra l'anima riformista del PD, la spinta assistenziale del M5S sui sussidi, le 'istanze dal basso' sostenute da AVS e CGIL più le richieste di deregolamentazione dei potentati amministrativi locali creerebbero una paralisi sulla legge di bilancio.
Questo scenario comporterebbe il rischio concreto di un esecutivo debole, costretto a negoziare ogni singolo provvedimento e a fare continuo ricorso ai voti di fiducia per sopravvivere.
Per tornare a vincere e - soprattutto - a governare, il Progressismo non deve scegliere una formula astratta tra autosufficienza e alleanze, ma deve realizzare un "campo largo a forte trazione egemonica".
La vittoria diventa possibile se il PD riesce far valere il proprio peso come azionista di maggioranza assoluto della coalizione. Cioè smettere di inseguire le singole identità del Movimento 5 Stelle o di AVS, come dovrebbe smettere di emarginare i 'bonacciniani', fosse solo perché in gran parte sono nel Parlamento UE.
Cioè dettare l'agenda economica, sociale e internazionale in modo così netto da costringere gli alleati a seguirla per non apparire come i responsabili della rottura dell'alternativa alla destra.
Riuscirà la Schlein dei Pride e dei ProPal a trasformare il 'suo' PD da un partito di lotta ad uno di governo?

