Per la prima volta da oltre quarant'anni l'Iran intravede la possibilità di tornare al centro dei grandi flussi finanziari internazionali. Nel quadro dell'intesa preliminare raggiunta tra Stati Uniti e Repubblica Islamica per porre fine alla guerra iniziata il 28 febbraio, emerge infatti un elemento destinato a pesare forse più degli aspetti militari e diplomatici: la creazione di un gigantesco fondo privato da 300 miliardi di dollari destinato a rilanciare investimenti e sviluppo nel Paese.
Secondo fonti direttamente coinvolte nei negoziati, più della metà delle risorse previste sarebbe già stata promessa da aziende e soggetti finanziari internazionali. Un dato che mostra come una parte significativa del mondo economico globale stia già scommettendo sulla possibilità che l'accordo tra Washington e Teheran venga effettivamente portato a termine.
Il progetto rappresenta uno degli elementi più innovativi del memorandum d'intesa che le parti si preparano a firmare venerdì. Non si tratta di un programma di aiuti pubblici, né di un piano di ricostruzione finanziato dai governi. Il meccanismo è stato concepito come uno strumento completamente privato, pensato per creare un interesse economico concreto affinché entrambe le parti abbiano convenienza a trasformare il fragile cessate il fuoco in una pace stabile.
Da richiesta di risarcimenti a strumento di sviluppo
La nascita del fondo affonda le proprie radici nelle richieste avanzate inizialmente da Teheran durante i negoziati.
Secondo una fonte iraniana di alto livello, la Repubblica Islamica aveva chiesto agli Stati Uniti circa 400 miliardi di dollari come compensazione per i danni provocati dalla guerra. Washington avrebbe però escluso fin dall'inizio qualsiasi ipotesi di pagamento diretto di risarcimenti.
Da questo stallo sarebbe nata l'idea di una soluzione alternativa: sostituire la logica della compensazione con quella dell'investimento.
È così che avrebbe preso forma il cosiddetto "Reconstruction and Development Fund", il Fondo per la Ricostruzione e lo Sviluppo, destinato non a trasferire denaro pubblico a Teheran ma a mobilitare capitali privati internazionali per sostenere la ripresa economica del Paese.
L'obiettivo è duplice. Da una parte consentire la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate dal conflitto; dall'altra favorire una trasformazione più ampia dell'economia iraniana attraverso nuovi investimenti produttivi.
Dove andranno i soldi
Le risorse promesse coprono numerosi settori strategici. Secondo le informazioni disponibili, gli investimenti riguarderanno energia, logistica, trasporti e manifattura industriale. Ma il piano si estende anche alla ricostruzione di specifiche strutture colpite dalla guerra.
Tra gli impianti citati figura il complesso siderurgico di Mobarakeh, uno dei più importanti del Paese. Rientrano inoltre nel programma raffinerie, aeroporti e infrastrutture di varia natura danneggiate durante il conflitto.
I Paesi della regione dovrebbero contribuire attraverso diversi strumenti finanziari. Alcuni potrebbero garantire prestiti, altri aprire linee di credito dedicate, mentre altri ancora potrebbero finanziare direttamente progetti di ricostruzione.
L'impostazione è quindi quella di un grande contenitore finanziario internazionale nel quale convergono capitali provenienti da più aree del mondo.
Chi sta investendo sull'Iran
Le fonti coinvolte nei negoziati affermano che aziende con sede negli Stati Uniti, nei Paesi arabi del Golfo, in Asia, in Sud America e in Africa hanno già manifestato il proprio interesse o assunto impegni preliminari.
Tra i Paesi esplicitamente citati figurano Corea del Sud, Giappone, Singapore, Malesia e Stati Uniti.
Non è stata resa pubblica una lista completa delle imprese coinvolte e restano ancora da definire molti dettagli operativi, compresa l'identità degli amministratori che dovranno gestire il fondo.
Tuttavia, il fatto che oltre metà delle risorse previste sia già stata promessa rappresenta un segnale rilevante sulla fiducia che una parte della comunità finanziaria internazionale ripone nella possibile normalizzazione dei rapporti tra Iran e Occidente.
Perché l'Iran interessa agli investitori
Dietro l'entusiasmo di molti operatori economici c'è una realtà spesso dimenticata. L'Iran è una delle maggiori economie del Medio Oriente, ma negli ultimi quarant'anni è rimasto sostanzialmente escluso dai mercati internazionali dei capitali a causa delle ripetute sanzioni statunitensi e internazionali.
Questa lunga fase di isolamento ha impedito l'arrivo di consistenti investimenti esteri, lasciando enormi potenzialità ancora inespresse.
Il Paese possiede infatti la seconda riserva mondiale accertata di gas naturale e la quarta riserva mondiale di petrolio. A ciò si aggiunge una popolazione di oltre 92 milioni di abitanti, mediamente giovane e con livelli di istruzione relativamente elevati.
L'economia iraniana dispone inoltre di una base industriale diversificata e di ampi margini di crescita in comparti come petrolchimica, miniere, agricoltura e turismo.
Per molti investitori, dunque, il fondo rappresenta non soltanto uno strumento di ricostruzione postbellica, ma anche una possibile porta d'ingresso in uno dei più grandi mercati rimasti ai margini della globalizzazione finanziaria.
I nodi ancora aperti
Nonostante le dimensioni imponenti del progetto, il fondo resta per ora soltanto una promessa.
Le fonti coinvolte chiariscono infatti che il veicolo finanziario non verrà creato né diventerà operativo finché non sarà raggiunto un accordo definitivo e soddisfacente tra Stati Uniti e Iran.
Il memorandum che dovrebbe essere firmato nei prossimi giorni rappresenta soltanto una cornice negoziale destinata a organizzare i lavori dei successivi sessanta giorni.
Durante questo periodo i negoziatori dovranno affrontare una serie di questioni estremamente delicate.
Tra queste figurano il programma nucleare iraniano, l'eliminazione delle scorte di materiale arricchito, il regime di ispezioni internazionali, l'alleggerimento delle sanzioni americane e le questioni di sicurezza regionale.
Il vicepresidente statunitense JD Vance ha già indicato alcune condizioni fondamentali per consentire all'Iran di beneficiare del fondo: smantellamento del programma nucleare, eliminazione delle scorte di materiale arricchito e accettazione di rigorosi meccanismi di controllo.
Solo se questi passaggi verranno completati il fondo potrà trasformarsi da progetto sulla carta a realtà operativa.
Sessanta giorni che possono cambiare il futuro dell'Iran
I prossimi due mesi potrebbero quindi risultare decisivi non soltanto per la conclusione della guerra, ma anche per il futuro economico della Repubblica Islamica.
Per Teheran la prospettiva di accedere indirettamente a 300 miliardi di dollari di investimenti rappresenta probabilmente l'opportunità economica più significativa dagli anni precedenti alla rivoluzione del 1979.
Per Washington e per i partner regionali, invece, il fondo costituisce uno strumento per incentivare la stabilizzazione del Paese senza ricorrere a trasferimenti diretti di denaro pubblico.
Molto resta ancora da definire. Ma se il progetto dovesse concretizzarsi, il Reconstruction and Development Fund potrebbe diventare uno dei più grandi programmi di investimento privato mai concepiti per un singolo Paese in fase di normalizzazione politica e diplomatica, ridisegnando gli equilibri economici del Medio Oriente per gli anni a venire.
Fonte: Reuters


