La tregua che per sessanta giorni aveva congelato il conflitto tra Iran e Israele è crollata. Al centesimo giorno dall'inizio della guerra regionale, il Medio Oriente è ripiombato nella spirale delle ostilità dopo che Teheran ha lanciato quattro ondate consecutive di missili balistici contro Israele, in risposta al raid israeliano condotto domenica contro Dahieh, la periferia meridionale di Beirut considerata la principale roccaforte del movimento sciita Hezbollah.
Secondo le autorità israeliane, dieci missili sono stati lanciati dal territorio iraniano. Tutti sarebbero stati intercettati dai sistemi di difesa aerea, evitando vittime e danni significativi. Ma il valore dell'attacco è soprattutto politico e strategico: si tratta infatti della prima offensiva diretta iraniana contro Israele dal cessate il fuoco dell'8 aprile, e segna la fine di una fase che molti osservatori ritenevano il preludio a un possibile accordo di pace mediato dagli Stati Uniti.
Il raid su Beirut che ha riacceso la guerra
A provocare la reazione iraniana è stata la decisione del governo guidato da Benjamin Netanyahu di colpire la periferia sud di Beirut. Israele ha giustificato l'operazione sostenendo di aver risposto al lancio di droni provenienti dall'area controllata da Hezbollah e diretti verso il proprio territorio.
L'attacco ha però rappresentato una violazione degli equilibri costruiti negli ultimi due mesi. Dahieh non è soltanto un quartiere della capitale libanese: è il cuore politico, militare e simbolico di Hezbollah, alleato storico dell'Iran e pilastro dell'“Asse della Resistenza” costruito da Teheran nella regione.
Secondo indiscrezioni pubblicate dal sito americano Axios, Donald Trump avrebbe autorizzato l'operazione israeliana pur chiedendo contestualmente che gli obiettivi fossero limitati ai vertici militari del movimento sciita. Una versione che, se confermata, evidenzierebbe ancora una volta le difficoltà della Casa Bianca nel contenere le iniziative del governo Netanyahu.
Il messaggio di Teheran: “Israele ha superato tutte le linee rosse”
La risposta iraniana era stata annunciata con toni quasi teatrali poche ore prima dell'attacco. Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione Affari Esteri e Sicurezza Nazionale del Parlamento iraniano, aveva scritto sui social un enigmatico: “Guardate il cielo stanotte”.
Poco dopo, i missili balistici iraniani hanno preso di mira la base aerea di Ramat David, a nord di Israele, nei pressi di Haifa. Secondo i Guardiani della Rivoluzione, si tratta della struttura da cui sarebbero partite numerose operazioni contro il Libano meridionale.
In una nota ufficiale, i pasdaran hanno accusato Israele di aver “superato tutte le linee rosse” bombardando Beirut e hanno definito l'attacco un avvertimento limitato.
Il messaggio politico è apparso tuttavia molto più ampio: se Israele dovesse continuare a colpire il Libano o obiettivi iraniani, la risposta futura potrebbe coinvolgere direttamente interessi americani e israeliani in tutta la regione.
A rafforzare il concetto è intervenuto anche Ali Akbar Velayati, consigliere internazionale della Guida Suprema Ali Khamenei, secondo cui l'attacco a Beirut ha innescato una “catena di reazioni” che Teheran aveva previsto da tempo.
Velayati ha inoltre evocato la possibilità di colpire le principali rotte energetiche mondiali, affermando che sia lo Stretto di Hormuz sia Bab el-Mandeb potrebbero diventare strumenti di deterrenza qualora l'escalation continuasse.
Trump furioso: “Avevamo quasi chiuso l'accordo”
A Washington la reazione è stata immediata. Donald Trump, che nelle ultime settimane aveva investito gran parte del proprio capitale politico nel tentativo di raggiungere un'intesa regionale, non ha nascosto la propria irritazione.
Intervistato da Fox News, il presidente americano ha dichiarato di essere profondamente deluso dagli ultimi sviluppi.
“Pensavo che l'accordo sarebbe stato firmato lunedì o martedì. Adesso ci troviamo di nuovo in questa situazione”, avrebbe affermato il leader della Casa Bianca.
Trump ha rivolto un messaggio diretto anche all'Iran, invitando Teheran a tornare immediatamente al tavolo negoziale dopo il lancio dei missili.
Parallelamente ha annunciato di aver contattato Netanyahu per impedirgli una risposta militare su larga scala.
Uno sforzo diplomatico che però si è rivelato insufficiente.
Israele contrattacca: esplosioni a Teheran, Isfahan e Tabriz
Poche ore dopo l'appello di Trump, l'aviazione israeliana ha infatti lanciato una nuova serie di attacchi contro obiettivi militari nell'Iran occidentale e centrale.
Le Forze di Difesa Israeliane hanno confermato l'operazione senza fornire dettagli precisi sugli obiettivi colpiti.
La televisione di Stato iraniana ha riferito di esplosioni registrate a Teheran, Tabriz, Isfahan e nelle vicinanze di Karaj. Le autorità locali di Isfahan hanno escluso vittime, mentre non sono ancora disponibili dati completi sulle altre aree interessate.
Un funzionario americano citato da Axios ha precisato che gli Stati Uniti non hanno partecipato all'operazione e che i raid israeliani sarebbero stati “relativamente limitati” per portata e intensità.
La scelta di Netanyahu di procedere ugualmente, nonostante le richieste di moderazione provenienti dalla Casa Bianca, rischia tuttavia di aggravare ulteriormente le tensioni con Washington.
Il rischio di un conflitto regionale
Mentre Iran e Israele si scambiano attacchi, nuovi attori stanno entrando nella crisi.
I ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti da Teheran, hanno annunciato il divieto alla navigazione israeliana nel Mar Rosso e hanno rivendicato il lancio di missili verso la regione di Tel Aviv.
L'esercito israeliano ha confermato di aver intercettato un missile proveniente dallo Yemen.
Parallelamente, i Guardiani della Rivoluzione hanno dichiarato di aver colpito un impianto petrolchimico nell'area di Haifa come risposta ad attacchi israelo-americani contro il polo energetico iraniano di Mahshahr.
Secondo le valutazioni dell'esercito israeliano, gli scontri potrebbero proseguire per diversi giorni. Tel Aviv starebbe già predisponendo la mobilitazione di numerose unità della riserva e il rafforzamento delle frontiere con la Giordania e con la Cisgiordania.
Anche la protezione civile israeliana sta richiamando personale aggiuntivo per far fronte all'eventualità di attacchi missilistici più consistenti.
Petrolio in impennata e timori per l'economia mondiale
Le conseguenze della crisi si stanno già riflettendo sui mercati energetici.
Il Brent è salito oltre i 97 dollari al barile, con un rialzo superiore al 4%, mentre il greggio americano WTI ha superato i 94 dollari.
Dall'inizio della guerra, scoppiata a fine febbraio, i prezzi del petrolio sono aumentati di quasi il 60%, alimentando nuove preoccupazioni per inflazione, crescita economica e stabilità finanziaria globale.
Rapporti sempre più difficili tra Trump e Netanyahu
L'ultima escalation evidenzia anche una crescente frattura tra Washington e Tel Aviv.
Secondo l'analista israeliano Ori Goldberg, Netanyahu sta progressivamente ignorando le indicazioni della Casa Bianca, mettendo a rischio il rapporto privilegiato con gli Stati Uniti.
Goldberg sostiene che il premier israeliano non goda più della libertà d'azione che aveva durante la presidenza Biden e ritiene che Israele, isolato diplomaticamente e attraversato da profonde divisioni interne, non disponga oggi della forza politica necessaria per sostenere una guerra regionale prolungata senza il pieno sostegno americano.
Una valutazione che fotografa il paradosso delle ultime ore: mentre Trump cerca disperatamente di riportare le parti al tavolo negoziale, sul terreno i protagonisti del conflitto sembrano muoversi in direzione opposta.
E il rischio che il Medio Oriente precipiti in una nuova guerra totale appare oggi più concreto di quanto non fosse prima della tregua.


