Il 13 agosto 2007 Chiara Poggi, 26 anni, veniva ritrovata senza vita nella villetta di famiglia a Garlasco, in provincia di Pavia
Un delitto, un femminicidio, che dopo 18 anni ancora si aggira sulle cronache e nelle aule giudiziarie, tra ricostruzioni vere, verosimili e inaudite. Cerchiamo di mettere ordine.

Le conclusioni dell'autopsia (depositata il 5 novembre del 2007) descrivevano come causa di morte una frattura che le ha sfondato il cranio.
Sul corpo erano presenti anche "numerose lesioni contusive del capo e del viso. … Il quadro lesivo sembra indice di scarsamente efficaci o anche assenti tentativi di difesa messi in atto dalla Poggi, quanto meno nella fase in cui era colpita al capo". 
Inoltre, c'erano "lesioni di carattere contusivo riscontrate nelle altre sedi corporee (arti superiori, arto inferiore sinistro, cresta iliaca destra)” che “potrebbero essere espressione di caduta durante un possibile tentativo di ‘fuga'; ovvero di ‘sfregamento' o impatto sulla superficie del pavimento in corso di trascinamento nei locali adibiti a soggiorno e disimpegno; o ancora di scivolamento lungo la rampa di scale. Ciò vale specialmente per il complesso ecchimotico-escoriativo del braccio sinistro". 

Con altre parole, l'aggressione mortale subita dalla vittima consisteva in "una sorta di progressione criminosa, dipendente dalla reazione della vittima, già inizialmente colpita al capo, e poi di nuovo e con maggiore violenza ancora colpita, in prossimità della porta della cantina, fino all'azione finale del lancio, a testa in giù, lungo le scale". (Corte d'Appello bis)

Dunque, le prove scientifiche raccontano della vittima che si trovava nell'abitazione  sulla porta di casa e veniva colpita alla testa senza riuscire ad opporre particolare resistenza, cioè presa alla sprovvista. Poi veniva nuovamente colpita per essere infine trascinata lungo il corridoio e lanciata per le scale della cantina, evidentemente per simulare una caduta accidentale.

L’arma del delitto non viene ritrovata, ma dai referti autoptici risulta essere “un corpo contundente non ben identificabile, con stretta superficie battente metallica”, con “una proprietà tagliente che sembra essere stata applicata come tale” e uno “spigolo o più spigoli molto netti, e la presenza di punta talora usata come tale”. (medico legale Marco Ballardini, consulente della procura)

Abbiamo inserito queste specifiche in una AI grafica e l'oggetto che è stato elaborato corrisponde più o meno esattamente ad un martello, in particolare del tipo usato da carpentieri, geologi ed alpinisti, con almeno una estremità a punta aguzza, come quelli nell'immagine.
L'unica alternativa è che siano state usate due armi, cioè che gli assassini fossero almeno due, cosa improbabile analizzando le tracce di sangue nella casa.

Queste sono le uniche certezze che abbiamo, dato che proprio gli operatori sul posto invalidarono e/o contaminarono irrimediabilmente la scena del crimine.
Infatti, nelle prime ore ben 25 persone entrano senza calzari, il gatto viene lasciato libero di girare mentre si facevano i rilievi, i reperti vengono maneggiati senza indossare i guanti, sul pigiama di Chiara alcune tracce di sangue vengono erroneamente cancellate da chi ha rimosso il cadavere, l'impronta del palmo di una mano, probabilmente dell'assassino, non venne repertata per gli esami del  DNA.
Addirittura non vennero prese le impronte digitali della vittima, che dovrà poi essere riesumata, e non ne venne misurato il peso, parametro fondamentale, insieme alla temperatura, per determinare l'ora della morte. (sic!).

E il Dna? Lascia il tempo che trova: i principali sospetti erano tutti frequentatori di quella casa e non può essere escluso il trasferimento accidentale durante un tale trambusto nelle prime ore.

Solo un DNA sotto le unghie di Chiara Poggi farebbe testo, ma proprio quei residui di DNA sotto le unghie, repertati, non vennero mai analizzati (sic!).

Dunque, nel marasma generale, andò a finire che per l'omicidio fu indagato il fidanzato della vittima, Alberto Stasi, poi assolto in primo grado, nel 2009, e in secondo grado, nel 2011.

In qualsiasi nazione al mondo, una assoluzione ripetuta in due gradi di giudizio diventa definitiva, in Italia invece il Pubblico Ministero ricorre puntualmente in Corte di Cassazione.
Il 18 aprile 2013, la Suprema Corte sottolineò che con quelle prove era difficile «pervenire a un risultato, di assoluzione o di condanna, contrassegnato da coerenza, credibilità e ragionevolezza» e quindi che era «impossibile condannare o assolvere Alberto Stasi».

La Corte di Cassazione, dunque, preferì non confermare né annullare l'assoluzione, ordinando esami proprio sui residui di DNA sotto le unghie, repertati ma mai analizzati.

Ebbene, nonostante il RIS di Parma avesse dichiarato che sotto le unghie della vittima non c'erano tracce di DNA maschile sicuro, al processo d'appello di rinvio il 17 dicembre 2014 Alberto Stasi viene ritenuto colpevole e condannato a ventiquattro anni di reclusione per omicidio volontario, con l'esclusione però delle aggravanti della crudeltà e della premeditazione; la pena verrà ridotta a 16 anni grazie al rito abbreviato.
Inutili le istanze della difesa che chiedeva l'annullamento senza rinvio o un nuovo processo, visto il persistere dell'impossibilità di determinare la colpevolezza o l'innocenza di Alberto Stasi con certezza, anche dopo gli accertamenti ordinati alla Corte di Cassazione.

Dopo di che, il 12 dicembre 2015, la sentenza di condanna ritornò in Cassazione che stavolta confermò la condanna, nonostante lo stesso procuratore della Cassazione – cioè “l'accusa” - ne chiedesse l'annullamento.

Intanto, le tecniche di analisi del DNA si stavano evolvendo rapidamente e il 19 dicembre 2016 la difesa consegnava una perizia realizzata dal genetista Pasquale Linarello, che aveva confrontato i campioni di DNA presenti sotto le unghie di Chiara Poggi con quelli estratti da una bottiglia usata da Andrea Sempio, un amico di Marco Poggi, fratello minore di Chiara, il quale – come Stasi - era solito spostarsi in bicicletta a Garlasco e portava una misura di scarpe compatibile, oltre a un alibi facilmente falsificabile e non del tutto confermato dalle celle telefoniche.

Una ipotesi che andava verificata ed, infatti, immediatamente (il 22 dicembre) gli inquirenti aprivano un'indagine riguardante Andrea Sempio presso la procura di Pavia, mentre il Procuratore generale di Milano (il 23 dicembre) accoglieva l'istanza di revisione del processo Stasi.
Andò a finire che il 2 marzo 2017 l'inchiesta su Andrea Sempio venne archiviata dalla procura di Pavia, all'epoca guidata dal giudice Mario Venditti, e di conseguenza anche l'istanza di revisione del processo non pervenne a buon fine.

La svolta a gennaio 2025, dopo sette anni durante i quali Alberto Stasi era recluso in carcere e lo studio del DNA faceva ulteriori passi avanti, quando la difesa produceva una nuova consulenza svolta dai genetisti Lutz Roewer e Ugo Ricci con metodi e tecniche di ultima generazione, che confermava i risultati del genetista Pasquale Linarello nel 2016. 
Poco dopo, a marzo 2025, arrivava l'avviso di garanzia per Andrea Sempio per l'omicidio di Chiara Poggi, al quale facevano seguito gli avvisi di garanzia all’ex pm Mario Venditti (settembre 2025) e a Giuseppe Sempio padre di Andrea (ottobre 2025), ambedue per corruzione.

Tutto da rifare? Sembra di si ... la sentenza, stavolta davvero ardua e si spera conclusiva, toccherà ai posteri.

Intanto, Alberto Stasi resta recluso in carcere con una condanna definitiva a 16 anni e con un fine-pena teorico nel 2030, che per buona condotta si scomputa di 45 giorni ogni sei mesi, anticipando la scarcerazione al 2028.
Avendo scontato più di metà della pena, da aprile 2025 Alberto Stasi beneficia del regime di semilibertà, e può trascorrere parte della giornata fuori dal carcere per partecipare ad attività lavorative, istruttive o utili al reinserimento sociale. Nello specifico, svolge mansioni contabili e amministrative presso un'azienda della Lombardia.