WASHINGTON - In politica, come nel più caotico dei bazar orientali, la parola di Donald Trump può valere tutto e il suo contrario, ma quando si parla di dazi la sua voce si fa cristallina e tagliente.
Così, dall'ennesima intervista concessa alla CNBC, emerge netta una nuova minaccia: l'India finirà sotto la lama affilata di dazi più severi entro le prossime ventiquattr'ore, "colpevole" – dice il presidente statunitense con la proverbiale e impetuosa schiettezza – di acquistare petrolio russo.
Un peccatopeccato originale che, nelle parole di Trump, significa «alimentare la macchina da guerra» del Cremlino.
Si parla di aumenti sostanziali, già annunciati la scorsa settimana al 25% sui prodotti indiani e ora pronti a lievitare ulteriormente. Non è casuale, nella girandola di numeri che Trump maneggia con l'abilità di un prestigiatore, l'evocazione di un 35% – percentuale minacciata anche ai paesi europei se non manterranno l'ambizioso impegno di investimenti per 600 miliardi di dollari nelle terre a stelle e strisce.
La logica trumpiana non è soltanto economica, è punitiva: il presidente dipinge da tempo la questione del petrolio russo come un atto di slealtà geopolitica, con accenti quasi biblici di punizione per i traditori. E se il Vecchio Continente è al momento graziato – con dazi scesi al 15% grazie alla promessa monetaria –, per l'India non sembrano esserci sconti o favori all'orizzonte.
Eppure, dietro questa retorica muscolare, sorge inevitabile una domanda che gli osservatori più acuti pongono da tempo: dove porterà questa escalation di guerre tariffarie, condotte tra una dichiarazione televisiva e un tweet?
Per ora, sul tavolo da gioco internazionale, la partita appare ancora aperta. Ma una cosa sembra chiara: se Trump continuerà a brandire il bastone dei dazi con tanta disinvoltura, il rischio è che nessuno si sieda più, volentieri, al suo tavolo.


