Nel cielo sopra la Cisgiordania passano missili e intercettori. Da quando Israele e Stati Uniti hanno iniziato la guerra contro l'Iran, i razzi diretti verso Israele attraversano anche questa regione. Ma per molti palestinesi dei villaggi rurali la minaccia più immediata non arriva dall'alto: arriva da terra.
«I razzi sono in cielo, ma i coloni sono alla nostra porta», dice Thabet Mosallam, 24 anni, davanti alla casa della sua famiglia nel villaggio di Duma, nel nord della Cisgiordania. Qualche giorno fa i detriti di un missile sono caduti a circa venti metri dalla loro abitazione centenaria. Non è stato quello a spaventarlo di più.
«Il vero pericolo per noi sono i coloni e l'esercito», racconta. «È questo che ci fa paura adesso».
Villaggi isolati e senza protezione
Mentre gli insediamenti israeliani dispongono di sirene e rifugi anti-bomba, i villaggi palestinesi vicini non hanno sistemi di protezione. Secondo il diritto internazionale, Israele – in quanto potenza occupante – dovrebbe garantire la sicurezza della popolazione sotto occupazione.
Invece, dall'inizio della guerra con l'Iran, molte comunità rurali della Cisgiordania sono state di fatto isolate. Le autorità israeliane hanno distribuito volantini che vietano gli spostamenti tra i governatorati e hanno chiuso i cancelli agli ingressi dei villaggi. In diversi punti sono stati installati nuovi varchi di controllo che impediscono la circolazione tra una comunità e l'altra.
Il risultato è che i villaggi restano chiusi mentre i coloni si muovono liberamente.
«L'esercito chiude il cancello e il colono si piazza lì davanti», racconta Muhammad, un vicino della famiglia Mosallam che ha chiesto di non rendere pubblico il cognome per ragioni di sicurezza.
Secondo i residenti, i coloni pattugliano le strade minacciando gli abitanti con armi, bastoni e intimidazioni. «Ogni giorno picchiano i bambini, terrorizzano la gente», dice un rappresentante di una comunità beduina della zona. «È tutto vietato: uscire di casa, andare a lavorare, andare dal medico».
Cibo e medicine introvabili
Il blocco degli spostamenti ha provocato carenze di beni essenziali. In diversi villaggi non arrivano pane, acqua o medicinali.
«Da quando è iniziata la guerra nessuno può andare all'ospedale, nessuno può comprare da mangiare», racconta l'uomo. «La gente qui non ha né cibo né acqua».
Le restrizioni sono così severe che anche le organizzazioni umanitarie fanno fatica a raggiungere le comunità isolate.
Attacchi dei coloni
Negli ultimi giorni le aggressioni si sono moltiplicate. Lunedì, nel villaggio di Qaryut, a pochi chilometri da Duma, due fratelli palestinesi sono stati uccisi da un gruppo di coloni armati che – secondo video diffusi online – sparavano verso le case.
In un'altra comunità vicina, domenica alcuni coloni hanno aggredito un uomo di 70 anni. Quando alcuni residenti hanno provato a difenderlo, uno degli aggressori ha sparato due colpi in aria.
Secondo i testimoni, quello è stato l'inizio di ore di violenze. Un gruppo di coloni armati ha attraversato il villaggio picchiando abitanti, spruzzando spray al peperoncino e vandalizzando auto e proprietà. In un caso lo spray è stato spruzzato in una stanza dove si trovava un'anziana con problemi cardiaci.
«Non li avevo mai visti così», racconta Yael Rosmarin, giovane attivista israeliana presente sul posto, anche lei colpita dallo spray. Un altro attivista, Yotam, descrive la scena come «un'orgia di violenza».
L'esercito presente ma inattivo
Secondo i testimoni, i soldati israeliani sono arrivati mentre le aggressioni erano ancora in corso ma non hanno fermato i coloni. Alcuni video mostrano i militari mentre osservano senza intervenire.
L'attivista Adele Shoko sostiene di aver visto un soldato sparare verso i palestinesi. Muhammad racconta che un militare gli avrebbe detto: «Vai in Giordania. Questa è terra israeliana. L'esercito è qui per proteggere i coloni».
Alla fine quattro persone sono state arrestate, tra cui un ragazzo palestinese di 14 anni e la stessa Shoko.
Secondo Allegra Pacheco, responsabile del West Bank Protection Consortium – una rete di ONG internazionali sostenuta da diversi paesi occidentali – la dinamica si ripete spesso.
«Quando i palestinesi cercano di difendere le proprie famiglie o le case, sono loro a essere arrestati», spiega. «I coloni quasi mai».
Bambini feriti e infrastrutture distrutte
Il giorno dopo un altro attacco ha colpito una comunità beduina guidata da Bassam Aarara. I coloni hanno sfondato il cancello del villaggio con veicoli: il cancello ha colpito alla mano un bambino di 11 anni.
Nei giorni successivi alcuni giovani coloni sono tornati rubando telecamere di sicurezza e televisori. Quando gli abitanti hanno provato a filmare la scena, sono stati picchiati con bastoni e spray al peperoncino.
«Questa volta hanno picchiato anche i bambini», racconta Aarara. «E hanno tagliato l'elettricità».
Per proteggere i più piccoli ha deciso di evacuare donne e bambini dal villaggio.
La paura quotidiana
Nei villaggi la tensione è costante. Quando i razzi passano sopra le baracche di lamiera, Aarara dice ai bambini che è «solo tuono durante la pioggia».
Ma la vera paura è un'altra.
«Andiamo a dormire parlando dei coloni. Ci svegliamo parlando dei coloni», dice.
Mustafa Rizik, che durante un attacco ha rischiato di essere colpito alla testa con un bastone, lo riassume in modo semplice: «Il razzo? Una possibilità su un milione che ti colpisca. Il colono? Lui sta arrivando».
Il rischio di nuove espulsioni
Le organizzazioni umanitarie temono che la situazione possa portare a nuove espulsioni forzate.
Dall'ottobre 2023 oltre 4.000 palestinesi sono stati costretti ad abbandonare le proprie case in più di 80 comunità della Cisgiordania, secondo dati delle Nazioni Unite.
Il fenomeno, spiegano gli operatori umanitari, ha un effetto a catena: quando una comunità se ne va, anche le altre diventano più vulnerabili.
Sulle colline vicino a Duma ne resta un esempio. Su un crinale che domina la valle del Giordano rimane una sola casa abitata: una baracca di lamiera dove vive Ra'id Zawahra, 22 anni.
Intorno ci sono campi pieni di fiori selvatici e resti delle case palestinesi abbandonate e saccheggiate. Dopo aver mandato via la moglie e il figlio neonato per sicurezza, Zawahra ha resistito per mesi agli attacchi notturni.
«Vengono di notte con pietre e fionde», racconta. «Provano a entrare in casa, rompono i muri, cercano di sfondare la porta».
In questo paesaggio quasi vuoto, dice, la minaccia non è lontana. È già lì.
Fonte: Al Jazeera


