Queste le prospettive economiche 2026 che l'OCSE prevede per l'Italia.

L'Italia continua a evitare gli scenari più pessimisti che molti osservatori avevano pronosticato dopo la pandemia, la crisi energetica e le tensioni geopolitiche degli ultimi anni. Tuttavia, dietro i dati che consentono al governo di rivendicare una certa stabilità economica, rimangono aperte le stesse fragilità che da decenni frenano il Paese. È questo il messaggio che emerge dall'ultimo rapporto dell'OCSE dedicato all'economia italiana.

L'organizzazione internazionale riconosce che l'economia nazionale ha mostrato una notevole capacità di tenuta. L'occupazione ha raggiunto livelli record, il mercato del lavoro si è rafforzato e gli investimenti hanno beneficiato delle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Ma proprio mentre Palazzo Chigi continua a celebrare i risultati ottenuti, l'OCSE ricorda che la crescita resta troppo debole per consentire all'Italia di recuperare il ritardo accumulato rispetto alle altre principali economie avanzate.

Le previsioni indicano infatti un aumento del PIL compreso tra lo 0,5% e lo 0,7% annuo nei prossimi anni. Numeri positivi, ma ben lontani da quelli necessari per affrontare efficacemente le grandi sfide del Paese: il debito pubblico, l'invecchiamento della popolazione, la stagnazione della produttività e la necessità di modernizzare il sistema produttivo.

Uno degli aspetti più significativi del rapporto riguarda proprio la produttività, il vero tallone d'Achille dell'economia italiana. Da oltre vent'anni il Paese produce ricchezza a ritmi inferiori rispetto ai principali partner europei. In altre parole, aumentano gli occupati ma non cresce in misura sufficiente il valore generato dal loro lavoro. Una situazione che limita salari, investimenti e competitività.

Su questo terreno l'OCSE invita a intervenire con decisione attraverso innovazione, digitalizzazione, ricerca e formazione. È qui che emerge una delle principali criticità dell'azione dell'attuale governo. Al netto degli annunci e delle dichiarazioni sulla centralità delle imprese, non si è ancora vista quella svolta strutturale capace di incidere realmente sul problema della produttività. Molti interventi si sono concentrati sulla gestione dell'emergenza o su misure di breve periodo, mentre continuano a mancare riforme profonde in grado di aumentare il potenziale di crescita del Paese.

A preoccupare è anche la dinamica demografica. L'Italia continua a registrare uno dei più bassi tassi di natalità al mondo e una popolazione sempre più anziana. Secondo l'OCSE, il numero di persone in età lavorativa è destinato a diminuire sensibilmente nei prossimi decenni, con conseguenze rilevanti sulla crescita economica, sulla sostenibilità del welfare e sul sistema pensionistico.

Anche in questo caso il quadro appare poco rassicurante. Nonostante la retorica governativa incentrata sulla famiglia e sulla natalità, i risultati concreti restano limitati. Gli incentivi introdotti finora non sembrano in grado di invertire una tendenza che affonda le radici nella precarietà del lavoro, nei bassi salari, nell'insufficienza dei servizi per l'infanzia e nelle difficoltà delle giovani generazioni ad accedere a una casa e a una stabilità economica.

L'altro grande macigno continua a essere il debito pubblico. Pur registrando un miglioramento dei conti rispetto alle fasi più acute della pandemia, l'Italia resta tra i Paesi più indebitati del mondo occidentale. Secondo le stime dell'OCSE, il rapporto tra debito e PIL rimarrà stabilmente sopra il 137% anche nei prossimi anni.

Si tratta di una vulnerabilità che limita fortemente la libertà di azione di qualsiasi governo. Proprio per questo l'organizzazione raccomanda prudenza fiscale e una gestione rigorosa delle finanze pubbliche. Un richiamo che assume un significato particolare in una fase politica caratterizzata da frequenti annunci di riduzioni fiscali e nuove spese, spesso senza che venga chiarito con precisione come reperire le coperture necessarie.

Un capitolo importante è poi dedicato al PNRR, considerato dall'OCSE uno strumento decisivo per modernizzare il Paese. Le risorse europee rappresentano probabilmente la più grande occasione di investimento pubblico degli ultimi decenni. Tuttavia, il successo del piano dipenderà dalla capacità di realizzare concretamente i progetti entro le scadenze previste.

Ed è proprio su questo punto che emergono le maggiori incognite. I continui rinvii, le modifiche ai programmi e le difficoltà burocratiche rischiano infatti di ridurre l'impatto di un'opportunità storica che difficilmente si ripresenterà in futuro.

Nel complesso il rapporto dell'OCSE offre una fotografia meno trionfalistica di quella proposta spesso dalla comunicazione governativa. L'Italia non è in recessione e ha dimostrato una buona capacità di resistenza alle crisi internazionali. Ma non basta. La crescita resta modesta, la produttività continua a ristagnare, il debito rimane elevatissimo e la crisi demografica avanza senza segnali di inversione.

In altre parole, il Paese naviga ancora grazie alla propria resilienza e all'aiuto delle risorse europee, ma non ha ancora affrontato fino in fondo i problemi strutturali che ne limitano lo sviluppo. Ed è proprio su questi nodi irrisolti che si misurerà il vero bilancio economico del governo Meloni, ben oltre gli slogan e le rivendicazioni politiche quotidiane.