La crisi tra Stati Uniti e Iran entra in una fase ancor più pericolosa. Donald Trump ha lanciato un nuovo durissimo ultimatum a Teheran: se entro martedì non verrà riaperto lo Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti colpiranno direttamente le infrastrutture strategiche iraniane, in particolare centrali elettriche e ponti.

L'avvertimento è arrivato con toni senza precedenti, in un messaggio pubblicato su Truth Social, dove Trump ha annunciato quello che ha definito “Power Plant Day e Bridge Day”, minacciando attacchi massicci contro il sistema energetico del Paese. Un linguaggio esplicito, aggressivo, che segna un ulteriore salto di qualità nello scontro già in atto da settimane.

Al centro della crisi c'è lo Stretto di Hormuz, uno dei punti più sensibili del pianeta: da qui transita circa un quinto del petrolio globale. La sua chiusura, attuata di fatto dall'Iran attraverso attacchi e minacce alla navigazione, ha paralizzato i traffici nel Golfo e messo sotto pressione l'intero mercato energetico internazionale.

Teheran ha trasformato questo stretto corridoio marittimo in un'arma geopolitica, rispondendo così ai bombardamenti lanciati da Stati Uniti e Israele a partire da fine febbraio. Da allora, la regione è precipitata in una spirale di escalation militare che coinvolge anche gli alleati americani nel Golfo, esposti a possibili attacchi contro infrastrutture critiche come impianti energetici e di desalinizzazione.

Trump aveva già minacciato il 21 marzo di “annientare” la rete elettrica iraniana entro 48 ore, salvo poi concedere due proroghe, sostenendo che fossero in corso negoziati dietro le quinte. Ma negli ultimi giorni, secondo fonti diplomatiche, i colloqui si sono arenati.

Un tentativo di mediazione è stato avviato dall'Oman, che ha ospitato incontri tecnici con l'Iran per discutere possibili soluzioni per garantire la sicurezza della navigazione nello stretto. Tuttavia, al momento non si registrano segnali concreti di apertura da parte di Teheran.

L'Iran, pur costantemente colpito dai raid occidentali, non sembra intenzionato a cedere e ad essere  nelle condizioni per doverlo fare. Anzi, ha rilanciato, avvertendo che eventuali attacchi alle proprie infrastrutture energetiche saranno seguiti da ritorsioni “devastanti” contro gli impianti del Golfo.

Nel frattempo, il conflitto continua a espandersi. Missili e droni iraniani vengono lanciati contro Israele e contro obiettivi legati agli Stati Uniti nella regione, aumentando il rischio di un allargamento della guerra su scala regionale.

In un'intervista a Fox News, Trump ha alzato ulteriormente i toni, affermando di stare valutando addirittura la possibilità di “prendere il controllo del petrolio iraniano” in caso di mancato accordo.

Ancora più delicata è stata l'ammissione di un presunto tentativo americano di armare i manifestanti anti-governativi iraniani durante le proteste scoppiate tra dicembre e gennaio, poi represse nel sangue dal regime. Secondo Trump, le armi sarebbero state inviate tramite milizie curde, ma non sarebbero mai arrivate ai destinatari.

Si tratta di dichiarazioni che, se confermate, rappresenterebbero un'ammissione esplicita di interferenza diretta negli affari interni iraniani, con implicazioni potenzialmente esplosive sul piano internazionale.

Il conflitto, iniziato ufficialmente il 28 febbraio con la campagna militare congiunta di Stati Uniti e Israele, aveva come obiettivo dichiarato quello di destabilizzare il regime iraniano e distruggerne i programmi nucleari e missilistici. Nei primi attacchi sono stati uccisi anche leader di primo piano, tra cui la guida suprema Ali Khamenei.

Ma dopo oltre un mese dall'inizio delle ostilità, la situazione appare tutt'altro che risolta. L'Iran rifiuta le condizioni poste da Washington — smantellamento del programma nucleare, limitazioni ai missili balistici, fine del sostegno ai gruppi armati alleati e rinuncia al controllo su Hormuz — e chiede invece garanzie di sicurezza e risarcimenti per i danni subiti.

ICon il Golfo paralizzato e le minacce di attacchi diretti alle infrastrutture civili, il rischio di una catastrofe energetica e militare è sempre più concreto. Martedì potrebbe segnare un punto di non ritorno.

E mentre la diplomazia arranca, lo spettro di una guerra totale nel cuore del Medio Oriente torna a incombere sul mondo intero.