C'era una scadenza da rispettare, quella del 30 giugno 2026 prevista dal PNRR. E così, dopo mesi di incertezze, rinvii e una riforma della medicina territoriale rimasta sospesa tra annunci e retromarce, il governo ha scelto la strada più semplice: imporre ai medici di medicina generale nuove ore obbligatorie nelle Case della Comunità, trasformando un problema di programmazione sanitaria in un ulteriore carico sulle spalle di professionisti già alle prese con una cronica carenza di personale.

L'intesa politica raggiunta tra Ministero della Salute e Regioni ha trovato nella serata di oggi il suo completamento con la firma dell'ipotesi di accordo tra SISAC e le organizzazioni sindacali FIMMG e FMT. Un'intesa che però nasce già con una spaccatura significativa: SMI e SNAMI hanno infatti deciso di non sottoscriverla, segnale evidente di un consenso tutt'altro che unanime.

Sei ore a settimana obbligatorie nelle Case della Comunità
Il cuore dell'accordo è rappresentato dall'introduzione di un obbligo per i medici di medicina generale di prestare servizio nelle Case della Comunità fino a sei ore settimanali, per quarantotto settimane all'anno.

Le attività dovranno essere svolte in una fascia oraria compresa tra le 8 e le 20, con turni di almeno tre ore continuative.

Per ogni ora di lavoro è previsto un compenso di 38,72 euro, oltre agli oneri previsti, con una tariffa uniforme su tutto il territorio nazionale.

Sulla carta il meccanismo appare lineare: le Aziende sanitarie dovranno definire il fabbisogno orario delle strutture, utilizzare prima il personale già assegnato alle attività orarie, consultare il referente dell'Aggregazione Funzionale Territoriale e distribuire infine le ore residue tra i medici operanti nell'area della Casa della Comunità.

Nella pratica, però, il rischio è evidente: le nuove strutture vengono rese operative non attraverso nuove assunzioni o una seria pianificazione del personale, ma chiedendo ai medici di famiglia di fare ancora di più.

Una riforma che arriva in ritardo e senza risolvere il problema
La domanda che emerge spontanea è semplice: perché si arriva a questo punto?

Le Case della Comunità rappresentano uno dei pilastri del PNRR e avrebbero dovuto costituire il nuovo modello della sanità territoriale italiana, capace di alleggerire gli ospedali e garantire un'assistenza più vicina ai cittadini.

Eppure, invece di costruire nel tempo un'organizzazione stabile, con personale dedicato e una programmazione coerente, si è scelto di arrivare a pochi giorni dalla scadenza imponendo nuovi obblighi ai medici convenzionati.

È il classico copione della politica italiana: prima si inaugurano edifici e si annunciano riforme rivoluzionarie, poi, quando arriva il momento di farli funzionare, ci si accorge che mancano le persone.

Il paradosso di una medicina territoriale sempre più fragile
La situazione appare ancora più contraddittoria se si considera il contesto attuale.

Da anni si denuncia la carenza di medici di medicina generale, l'aumento del numero di assistiti per ciascun professionista e il progressivo invecchiamento della categoria.

Molti territori faticano già oggi a garantire la copertura degli ambulatori tradizionali, mentre migliaia di cittadini sono costretti a cercare un medico disponibile.

In questo scenario, la risposta delle istituzioni non consiste nell'investire su nuove risorse umane o nel rendere più attrattiva la professione, ma nell'aggiungere ulteriori obblighi organizzativi agli stessi professionisti.

Una soluzione che rischia di produrre un effetto paradossale: medici costretti a dividersi tra studio, visite domiciliari, burocrazia e Case della Comunità, con il pericolo di ridurre il tempo realmente dedicato ai pazienti.

La spaccatura sindacale racconta una verità scomoda
Non è casuale che due importanti organizzazioni sindacali, SMI e SNAMI, abbiano scelto di non firmare l'accordo.

La loro contrarietà evidenzia come il tema non sia soltanto economico. Il compenso di 38,72 euro l'ora rappresenta infatti solo una parte del problema.

La questione centrale riguarda il modello organizzativo scelto dal governo e dalle Regioni: un modello che continua a fare affidamento sulla disponibilità dei medici già in servizio invece di affrontare il nodo strutturale della carenza di personale.

La firma di FIMMG e FMT consente certamente di rispettare il percorso previsto dal PNRR e di arrivare all'entrata in vigore dell'accordo entro il 30 giugno 2026, ma non cancella le criticità di una riforma costruita in corsa.

Il rischio di trasformare una grande occasione in un'occasione perduta
Le Case della Comunità potrebbero davvero rappresentare una svolta per il Servizio sanitario nazionale, offrendo servizi integrati, prossimità e continuità assistenziale.

Perché questo accada, però, servono investimenti sul personale, programmazione di lungo periodo e una visione capace di anticipare i bisogni della sanità del futuro.

Affidarsi invece all'ennesima soluzione emergenziale, distribuendo ore obbligatorie tra professionisti già sotto pressione, significa dare l'impressione di una politica che rincorre continuamente le scadenze senza aver costruito le condizioni per rispettarle.

Più che una riforma della medicina territoriale, l'accordo appare così come un tentativo di salvare il cronoprogramma del PNRR con una misura tampone, lasciando irrisolto il problema fondamentale: senza un serio piano di reclutamento e valorizzazione dei medici, nessuna Casa della Comunità potrà diventare il presidio sanitario di prossimità che era stato promesso ai cittadini.