Nuovo capitolo nello scontro tra Washington e Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi occupati, diventata negli ultimi mesi una delle figure più controverse e divisive del dibattito internazionale sulla guerra a Gaza. Gli Stati Uniti hanno infatti deciso di reinserire il nome della funzionaria ONU nella lista delle persone sanzionate dal Dipartimento del Tesoro, riaprendo uno scontro politico, diplomatico e giuridico che ormai coinvolge direttamente anche la libertà di espressione e il ruolo stesso degli organismi internazionali.

La decisione è stata ufficializzata mercoledì attraverso un avviso pubblicato sul sito del Tesoro americano. Si tratta, di fatto, di un ritorno alla linea dura adottata già nel luglio 2025 dall’amministrazione statunitense, che aveva colpito Albanese accusandola di aver cercato di spingere la Corte penale internazionale ad avviare procedimenti contro funzionari, aziende ed esponenti statunitensi e israeliani legati alla guerra nella Striscia di Gaza.

Secondo Washington, la relatrice ONU avrebbe utilizzato il proprio ruolo istituzionale per favorire azioni giudiziarie contro alleati strategici degli Stati Uniti, trasformando un incarico diplomatico in uno strumento di pressione politica e legale contro Israele e i suoi sostenitori internazionali. Accuse ridicole che oltretutto si scontrano con un’altra questione certo di non poco conto: il diritto di critica verso le operazioni militari israeliane nella Striscia.

Francesca Albanese, giurista italiana e figura molto conosciuta negli ambienti dei diritti umani, è infatti diventata negli ultimi anni una delle voci più dure contro la condotta di Israele a Gaza e nei territori occupati. Le sue dichiarazioni, i suoi rapporti e le sue prese di posizione hanno attirato forti attacchi da parte del governo israeliano e di numerosi esponenti politici statunitensi, che l’hanno accusata di avere posizioni apertamente ostili nei confronti dello Stato ebraico... come se non fossero motivate e documentate!

All’inizio di maggio, un giudice federale americano aveva temporaneamente bloccato le sanzioni. A ottenere il provvedimento erano stati il marito e la figlia della funzionaria ONU, che avevano presentato ricorso sostenendo che le misure adottate dall’amministrazione Trump violassero i diritti costituzionali della relatrice.

Il giudice federale Richard Leon, della Corte distrettuale di Washington, aveva dato loro ragione almeno in via preliminare. Nella sua decisione, Leon aveva sostenuto che l’amministrazione americana probabilmente aveva oltrepassato i limiti costituzionali, colpendo Albanese in risposta alle sue critiche verso Israele e verso la gestione della guerra a Gaza da parte degli Stati Uniti. In altre parole, secondo il giudice, le sanzioni rischiavano di configurarsi come una punizione politica legata alla libertà di parola.

Una conclusione esplosiva, perché andava direttamente a toccare il Primo Emendamento della Costituzione americana, quello che tutela la libertà di espressione. Il tribunale aveva quindi disposto una sospensione temporanea delle sanzioni, consentendo la rimozione di Albanese dalla blacklist del Tesoro.

Quella sospensione, però, è durata pochissimo.

Venerdì scorso una corte d’appello federale composta da tre giudici ha infatti emesso uno “stay amministrativo”, congelando temporaneamente la decisione del giudice Leon e permettendo così al governo americano di ripristinare immediatamente le sanzioni contro la funzionaria ONU.

La Corte d’Appello del District of Columbia Circuit ha comunque precisato che la misura adottata non rappresenta ancora una decisione definitiva sul merito della vicenda. I giudici hanno sottolineato che lo stop alla sentenza di primo grado è puramente procedurale e non deve essere interpretato come una conferma della legittimità delle sanzioni imposte dall’amministrazione statunitense.

Questo significa che la battaglia legale è tutt’altro che conclusa. Anzi, il procedimento rischia ora di trasformarsi in uno dei casi più delicati degli ultimi anni nel rapporto tra politica estera americana, libertà di espressione e ruolo delle Nazioni Unite.

Sul piano internazionale, la vicenda sta già provocando forti reazioni. Molte organizzazioni per i diritti umani accusano Washington di voler intimidire una funzionaria ONU per le sue denunce sulla situazione a Gaza, mentre ambienti della destra nazi-sionista che operano a supporto di Israele sostengono invece che Albanese abbia superato da tempo il limite dell’imparzialità richiesto a un relatore delle Nazioni Unite.

Il caso arriva inoltre in un momento estremamente sensibile per il conflitto mediorientale. La guerra nella Striscia di Gaza continua a generare tensioni enormi sul piano diplomatico, con crescenti pressioni internazionali su Israele e accuse sempre più frequenti riguardo alle conseguenze umanitarie delle operazioni militari. 

La decisione americana di reinserirla nella lista delle persone sanzionate rischia ora di alimentare ulteriormente lo scontro tra Washington e una parte significativa delle organizzazioni internazionali, proprio mentre gli Stati Uniti cercano di mantenere il bavaglio su una crisi che continua ad allargarsi ben oltre i confini di Gaza.