Il governo ha sbandierato con orgoglio la nuova legge di Bilancio, presentata in Consiglio dei Ministri e in attesa di approvazione definitiva. Titoli altisonanti, cifre miliardarie, toni trionfalistici: +6 miliardi per la sanità nel 2026, ci dicono. Ma scavando dietro la propaganda, emerge una realtà diversa: l'ennesima toppa su un sistema sanitario nazionale che sta affondando.
Sì, il Fondo sanitario nazionale crescerà. Ma a fronte di cosa? Di un decennio di definanziamento costante, di ospedali che chiudono, di pronto soccorso al collasso, di infermieri costretti a turni disumani e di medici che scappano all'estero o nel privato. I 6 miliardi sbandierati non bastano nemmeno a coprire l'inflazione sanitaria accumulata negli ultimi tre anni.
La propaganda del “potenziamento”
Tra le destinazioni dei fondi, si parla di “rafforzare la prevenzione” con 700 milioni di euro, una cifra che già si ammette potrebbe ridursi. Un aumento dello 0,5% del Fondo per lo sviluppo della prevenzione sanitaria: in pratica, spiccioli per qualche campagna di screening che non cambierà l'accessibilità reale ai servizi. E mentre si introduce un nuovo screening per il tumore al polmone, molti centri di diagnostica restano senza personale e con macchinari obsoleti.
Assunzioni promesse (di nuovo)
Il cosiddetto piano straordinario di assunzioni — 20.000 in tre anni — è un déjà-vu. Promesso, rinviato, ora “rifinanziato”. Ma i numeri parlano chiaro: nel solo 2022 sono andati persi oltre 30.000 operatori sanitari, tra pensionamenti e fughe nel privato. Queste assunzioni, se mai arriveranno, non basteranno neppure a colmare i vuoti attuali, figuriamoci a rilanciare il sistema.
Le elemosine ai professionisti
Le cifre sulle indennità fanno sorridere amaramente. 60 milioni per i medici, 120 per gli infermieri, 110 per l'indennità di esclusività. Aumenti medi di 100-200 euro lordi al mese: un'elemosina, considerando che in molti reparti il personale lavora in condizioni di stress cronico, con stipendi stagnanti e carichi di lavoro raddoppiati. E lo Stato osa chiamarlo “riconoscimento della specificità”.
La falsa “attenzione al territorio”
Si parla di “rafforzare l'assistenza territoriale” con 150 milioni, di “psicologo di famiglia” con 80 milioni, di “farmacia dei servizi” con 70 milioni. Tutto bello, se non fosse che questi progetti restano lettera morta senza personale, strutture e continuità di finanziamento. Non servono nuovi titoli di piani e programmi: servono risorse stabili e organizzazione.
Le briciole per la ricerca e la salute mentale
I 100 milioni agli IRCCS e i 20 all'Istituto Superiore di Sanità sono l'ennesimo specchietto per le allodole. In un Paese che spende il 40% in meno della media UE in ricerca biomedica, sono numeri risibili. Lo stesso vale per i 80 milioni al Piano salute mentale: una cifra indecente se confrontata con l'emergenza psicologica esplosa dopo la pandemia.
La verità: nella sostanza si continua a tagliare
Dietro la retorica dei “miliardi per la sanità”, questa manovra non affronta le radici della crisi del SSN:
- Il definanziamento cronico, con un rapporto spesa/PIL destinato a calare dopo il 2026;
- Il progressivo spostamento verso il privato, con tempi di attesa record che spingono i cittadini a pagare di tasca propria;
- La carenza di personale, che nessuna indennità simbolica potrà risolvere;
- La totale assenza di visione strategica, con interventi frammentati e occasionali.
- Il governo chiama questa manovra “rafforzamento della sanità pubblica”. La realtà è che, ancora una volta, si finanzia la sopravvivenza del sistema, non la sua rinascita. Si tengono in piedi le strutture minime, si sedano le proteste, si rinvia l'inevitabile collasso.
La sanità pubblica italiana non ha bisogno di cerotti contabili: ha bisogno di una rifondazione politica. Fino a quando i governi continueranno a trattare la salute come una spesa da contenere e non come un diritto da garantire, ogni legge di Bilancio resterà solo un esercizio di propaganda.


