Nel caso degli attacchi contro l’Iran del 2026, l'ONU non ha approvato alcuna risoluzione che condanni USA e Israele, per l'attacco non giustificato.
Viceversa, il Consiglio ha condannato esplicitamente gli attacchi altrettanto ingiustificati degli iraniani contro i Paesi del Golfo e, soprattutto, ha condannato il blocco di Hormus e il conseguente ricatto energetico mondiale  come "minaccia alla pace globale".

Dunque, sarebbe dovuto accadere che Media, influencer e cittadini, qui in Europa, protestassero sì verso USA e Israele, ma comunque e soprattutto contro il regime iraniano, che solo due mesi fa si era "distinto" per il massacro di almeno 40.000 manifestanti.
Non è accaduto.

La Storia si ripete. La prima volta fu nel 1962, quando il mondo scoprì che a Cuba i sovietici stavano segretamente trasferendo testate nucleari a soli 350 chilometri da Miami, ma le manifestazioni di protesta "per la pace" furono solo anti-americane, addirittura contro il presidente 'buono', John Fitzgerald Kennedy.

Il perché da ormai 60 anni i Media e gli opinion makers cadano in questa trappola è ben noto.
Innanzitutto, c'è la visibilità mediatica. I conflitti in cui sono coinvolti Stati Uniti e Israele ricevono una copertura enorme nei media occidentali. Questo non significa che altri attori non vengano criticati, ma semplicemente che alcune azioni sono più presenti nel dibattito pubblico. Quando un evento domina il ciclo mediatico, genera più mobilitazione.

Un altro dato concreto sta nel fatto che nelle democrazie europee le manifestazioni si concentrano spesso su chi è percepito come direttamente influenzabile rispetto a un conflitto. Questo li rende bersagli immediati di protesta, perché l’opinione pubblica occidentale li percepisce come attori con cui ha un legame politico, militare o economico diretto.
Infatti l'aspetto fondamentale è che influencer e common people tendono a protestare contro i governi che sentono “più vicini” o influenzabili. In Europa, molti cittadini ritengono che i propri governi abbiano rapporti stretti con Washington e, in misura diversa, con Israele.
Di conseguenza, manifestare sotto quelle ambasciate è visto come un modo per fare pressione indiretta anche sui propri governi. Al contrario, paesi come Russia o Iran sono percepiti come meno influenzabili dall’opinione pubblica occidentale, quindi protestare sotto le loro ambasciate appare, per molti, “inutile”.

Nulla di nuovo: tutto ebbe inizio durante la Guerra Fredda, il KGB sviluppò una strategia chiamata “misure attive”. Non si trattava tanto di creare proteste dal nulla, quanto di inserirsi in tensioni già esistenti. Movimenti contro la guerra, contro le armi nucleari o contro l’imperialismo trovavano terreno fertile soprattutto negli anni della Guerra del Vietnam, e il blocco sovietico cercava di amplificarli attraverso propaganda, sostegno indiretto a organizzazioni e diffusione di narrazioni favorevoli.

Un esempio noto è il Consiglio Mondiale della Pace, che formalmente promuoveva il disarmo ma era vicino agli interessi sovietici. Attraverso reti simili, Mosca puntava a rafforzare campagne contro il riarmo occidentale, specialmente negli anni ’70 e ’80, quando l’Europa era attraversata da forti mobilitazioni contro i missili nucleari ... degli USA ma altrettanto per quelli dell'URSS.

Ogni qual volta si verificavano fattori interni 'favorevoli' — guerre impopolari, crisi sociali, movimenti studenteschi, cambiamenti culturali - l'’intelligence sovietica cercava di sfruttare queste dinamiche: influenzare un discorso già esistente è molto più facile che costruirlo artificialmente.

Dopo la fine dell’URSS, altri apparati sono subentrati al KGB e la strategia si è evoluta in tre strutture che coordinano diversi aspetti della guerra d'informazione: la
GRU (Intelligence Militare) dedicata alla diffusione di narrazioni false attraverso siti web di copertura, il SVR (Servizio di Intelligence Estera) che si occupa di influenzare le narrazioni politiche all'estero, spesso attraverso "finti giornalisti", la FSB (Sicurezza Interna) che monitora e manipola lo spazio informativo interno e nei paesi limitrofi (come l'Ucraina o la Moldova) per mantenere il consenso e indebolire gli avversari.  (NewsGuard)
Oggi l’approccio è meno ideologico e più opportunistico: piuttosto che sostenere un’unica linea politica, l’obiettivo è spesso aumentare la polarizzazione, amplificando sia contenuti antiamericani sia in generale allarmistici. L’idea non è convincere tutti di qualcosa, ma confondere, dividere e ridurre la fiducia nelle istituzioni.

Venendo alla guerra in corso in Iran, secondo analisi recenti, molti contenuti (video, notizie, perfino deepfake) prodotti da reti iraniane vengono tradotti e adattati per pubblico sudamericano, africano e orientale, per poi essere  rilanciati da ecosistemi mediatici russi o diffusi su piattaforme social e canali Telegram. Questo crea un effetto moltiplicatore: una narrativa nata in Iran diventa rapidamente globale. (SecAlliance)

All'atto pratico, la Russia sta cercando di diffondere l’idea che tutto sia manipolato dagli USA e di dividere le opinioni pubbliche europee.

Secondo studi recenti, questo tipo di “guerra ibrida” ha l’obiettivo di ridurre la nostra fiducia nei governi, far apparire l’Europa debole e incoerente, creare conflitti interni tra cittadini, ridurre il sostegno europeo all’Ucraina. (Eurasia Review)
Come? Amplificando proteste e tensioni sui Media e nei Social, spingendo contemporaneamente per narrazioni opposte, enfatizzando temi sensibili (energia, guerra, migrazione), creando la sensazione che “tutto sia propaganda”.

In questo gioco al massacro, ormai sappiamo anche chi sia la vittima 'preferita' dell'Orso Russo: quella parte degli europei storicamente anti-americana e con posizioni scettiche su UE, NATO, difesa comune o sanzioni economiche e interventi militari occidentali.

Si tratta sempre della  strategia KGB delle “misure attive”: non creare tensioni, bensì inserirsi in quelle già esistenti storicamente tra le componenti social-comuniste e quelle cristiano-liberali della nostra Europa.

L’influenza russa funziona solo se trova terreno fertile, l’intelligence russa agisce come amplificatore: crea opportunità per spostare il dibattito.
In tempi di guerra, soprattutto con elezioni imminenti, blogger e influencer devono muoversi con molta attenzione. La chiave è combinare responsabilità, verificabilità e trasparenza, perché le piattaforme digitali diventano terreno fertile per disinformazione, propaganda estera e polarizzazione.

Specialmente quando una nazione è chiamata al voto e  la linea tra informazione e opinione tende a sfumare, lasciando il campo a tendenziosità ed opacità che - però - fanno il gioco di chi vuole un'Europa (ed un'Italia) debole e supina.
Chi scrive o crea contenuti dovrebbe almeno cercare di evitare manipolazioni involontarie, perché  in realtà sostengono (o rischiano di sostenere) narrative politiche 'estere' specifiche.