In una nota il ministro Crosetto non smentisce il punto centrale delle dichiarazioni di Rutte, confermando che l'Italia ha fornito supporto all'operazione Usa contro l'Iran
Le dichiarazioni con cui il ministro della Difesa Guido Crosetto ha cercato di ridimensionare le polemiche sull'utilizzo delle basi italiane da parte degli Stati Uniti a seguito delle dichiarazioni rilasciate ieri dal segretario generale della NATO, Rutte, finiscono per lasciare aperta proprio la questione più delicata. Perché nel dibattito pubblico si continua a discutere di un dettaglio, evitando accuratamente il punto centrale: i voli militari statunitensi che hanno utilizzato infrastrutture italiane erano o non erano collegati all'operazione militare contro l'Iran?
«Al fine di evitare inutili e pretestuose polemiche la Difesa ribadisce senza tema di smentita che l'Italia, ed il Ministero della Difesa, ha sempre operato nel pieno rispetto della Costituzione, dei trattati internazionali, degli indirizzi Parlamentari e degli accordi che regolano la presenza e l'utilizzo delle basi alleate sul territorio nazionale, senza autorizzare né consentire attività al di fuori delle previsioni vigenti.
Come già chiarito nel corso dell'informativa al Parlamento del Ministro della Difesa Guido Crosetto, il Governo ha fatto esattamente quanto dichiarato alle Camere: sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche, nell'ambito delle procedure previste dagli accordi esistenti. Le volte in cui si è prospettata una richiesta che esulava da questo perimetro, come è noto, l'Italia non ha concesso l'autorizzazione.
Per questo sorprende che il Segretario della NATO, che nulla ha a che fare con l'operazione Epic Fury, faccia una ricostruzione che trasmette un messaggio totalmente fallace confondendo la tipologia dei voli autorizzati. Sarebbe bastato un'approfondimento alla fonte per poter avere la reale rappresentazione di ciò che è avvenuto (ed avviene ogni giorno): l'Italia autorizza esclusivamente i voli che sono previsti dai trattati e che escludono totalmente le attività cinetiche. Come sempre ha fatto e come continuerà a fare in vigenza degli attuali accordi».
Da mesi il governo italiano, dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni al ministro Crosetto, ha insistito nel sostenere che l'Italia non fosse coinvolta nelle operazioni militari americane contro Teheran. Eppure, quando si passa dalle dichiarazioni politiche ai fatti logistici, il quadro appare molto meno netto di quanto raccontato.
Crosetto continua infatti a ribadire che l'Italia non ha partecipato agli attacchi. Ma questa affermazione, di per sé, non risponde alla domanda fondamentale: le infrastrutture militari italiane sono state utilizzate dagli Stati Uniti per sostenere quell'operazione?
Se la risposta è sì, allora il problema politico e giuridico non scompare semplicemente perché gli aerei americani partiti dall'Italia non hanno sganciato bombe sull'Iran.
Nelle operazioni militari moderne esiste una distinzione tra supporto cinetico e supporto logistico. Il supporto cinetico è l'impiego diretto della forza: bombardamenti, missili, attacchi aerei, azioni di combattimento. Il supporto logistico comprende invece tutto ciò che rende possibile quell'azione: basi, aeroporti, rifornimenti, manutenzione, transito di uomini e mezzi, intelligence, comunicazioni e supporto operativo.
La differenza tecnica esiste. La differenza politica e sostanziale non è per nulla evidente.
Un bombardiere che decolla da una base, un aereo che viene rifornito, un sistema di comunicazione che coordina l'operazione, un'infrastruttura che consente il trasferimento di uomini e materiali sono tutti elementi che contribuiscono alla riuscita di una missione militare. Senza logistica non esiste alcuna capacità operativa. La storia militare insegna da sempre che le guerre si combattono tanto con i soldati quanto con le catene di approvvigionamento che li sostengono.
Per questo motivo è incredibile poter sostenere che un Paese sia completamente estraneo a un'operazione militare quando mette a disposizione le proprie infrastrutture per consentirne lo svolgimento.
Il governo continua a rifugiarsi dietro una distinzione formale: non abbiamo partecipato agli attacchi. Ma è una risposta che rischia di apparire insufficiente di fronte a una domanda molto più concreta: le basi italiane hanno contribuito o no a supportare gli Stati Uniti nella guerra illegale all'Iran?
È ovvio che sì, seppure facendo finta di non vedere! Ci troviamo davanti a una questione politica enorme, perché l'articolo 11 della Costituzione stabilisce che l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Naturalmente esistono interpretazioni diverse sull'applicazione concreta di questo principio e sulla compatibilità con gli impegni internazionali assunti dall'Italia nell'ambito della NATO. Tuttavia in relazione all'Iran, i dubbi svaniscono.
Infatti, l'intervento americano contro l'Iran è stato oggetto di forti contestazioni sul piano del diritto internazionale, semplicemente perché non vi è alcuna legittimità nell'azione militare, avviata sia in assenza di un esplicito mandato delle Nazioni Unite che di una situazione riconosciuta di autodifesa immediata.
In questo contesto la domanda che il governo continua a evitare diventa inevitabile: se un'operazione militare è considerata da molti esperti giuridicamente controversa, fino a che punto un Paese alleato può sostenerla senza assumersene una parte della responsabilità politica?
Il problema non è soltanto ciò che è accaduto. Il problema è la trasparenza. Gli italiani hanno il diritto di sapere quale sia stato il ruolo effettivo del loro Paese. Hanno il diritto di sapere se le basi presenti sul territorio nazionale siano state utilizzate per facilitare operazioni militari americane in Iran. Hanno il diritto di sapere quali autorizzazioni siano state concesse e quali limiti siano stati eventualmente imposti.
Più il governo insiste nel parlare soltanto dell'assenza di una partecipazione diretta agli attacchi, più cresce la certezza che si stia evitando il vero nodo della questione. Perché la differenza tra sparare un colpo e rendere possibile che quel colpo venga sparato può essere enorme sul piano tecnico, ma molto meno sul piano politico e morale.
E finché Palazzo Chigi non fornirà risposte precise su questo punto, resterà aperta una domanda che nessuna dichiarazione di circostanza è riuscita finora a chiudere: l'Italia è stata soltanto spettatrice oppure ha contribuito, attraverso il proprio supporto logistico, a rendere possibile l'operazione militare statunitense contro l'Iran?